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STO LEGGENDO
Tutto ciò che si possa leggere su George Carlin


HO VISTO
Arancia Meccanica.Un’altra volta.E un’altra volta ancora.


STO ASCOLTANDO
SxM


ABBIGLIAMENTO
del GIORNO
Pigiama però è una cosa momentanea..credo.


ORA VORREI TANTO...
Che l’italia si svegliasse, è sempre più difficile trovare gente libera in quest’italia di merda.


IN QS PERIODO STO STUDIANDO...
:|


OGGI IL MIO UMORE E'...
come sempre.psicopatologico.


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...


ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
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MERAVIGLIE

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“"io non me le calo e non mi faccio i piercing, perchè sono HipHop e mi ascolto ancora i dischi" ”

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(per leggere i precedenti naviga attraverso il calendarietto qui a destra:
i giorni linkati sono quelli che contengono interventi )


lunedì 8 novembre 2010
ore 07:09
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Attraverso studi sul folklore mediterraneo e americano, arrivò a sostenere che nel rock’n’roll ci sono elementi della tradizione abruzzese."


http://it.wikipedia.org/wiki/Ivan_Graziani.
Punto.

Quando amo cito.


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domenica 17 gennaio 2010
ore 09:20
(categoria: "Vita Quotidiana")



Con i vostri miti, le vostre illusioni di prevalere,
con le vostre paure di non essere i migliore.

Vi chiamerò ANIME SALVE.


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sabato 9 gennaio 2010
ore 18:03
(categoria: "Vita Quotidiana")



"Fino all’età dei diciotto anni tutti scrivono poesie. Dai diciotto anni in poi rimangono a scriverle due categorie di persone: i poeti e i cretini."

B. Croce



E io lo so, che non sei una cretina,
Rileggeremo qualcosa? VOGLIO RILEGGERE QUALCOSA.


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domenica 27 dicembre 2009
ore 01:41
(categoria: "Vita Quotidiana")



.. prova di trasmissione -.-

dove arriveremo?

Salvami dai sogni che
io non ti ho detto mai,
e raccontami le favole
che mi svegliano.


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mercoledì 23 dicembre 2009
ore 23:04
(categoria: "Vita Quotidiana")



" se vanno in cella per terra parquet e al muro quadri Sironi e si fanno le leggi apposta, è un’eredità fascista ho la voce per parlarne Dio mi ha fatto un liricista "

Da domani si rinizia. Ho la voce per parlarne, Dio mi ha fatto liricista.

ps : mi manchi cazzzoooooooo
ps II : con il PS non volevo dire che mi manca il cazzo


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giovedì 3 dicembre 2009
ore 18:23
(categoria: "Vita Quotidiana")


riflessione delle 18:23
Appartengo alla minoranza silenziosa. Sono di quei pochi che non hanno più nulla da dire e aspettano. Che cosa? Che tutto si chiarisca? L’età mi ha portato la certezza che niente si può chiarire: in questo paese che amo non esiste semplicemente la verità.
Paesi molto più piccoli e importanti del nostro hanno una loro verità, noi ne abbiamo infinite versioni. Le cause? Lascio agli storici, ai sociologi, agli psicanalisti, alle tavole rotonde il compito di indicarci le cause, io ne subisco gli effetti. E con me pochi altri: perché quasi tutti hanno una soluzione da proporci: la loro verità, cioè qualcosa che non contrasti i loro interessi.
Alla tavola rotonda bisognerà anche invitare uno storico dell’arte per fargli dire quale influenza può avere avuto il barocco sulla nostra psicologia. In Italia infatti la linea più breve tra due punti è l’arabesco.
Viviamo in una rete d’arabeschi.


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venerdì 30 ottobre 2009
ore 07:30
(categoria: "Vita Quotidiana")



Grazie per l’affetto anche nei giorni più tristi.
Grazie per l’amore anche nei giorni di più rabbia.
Grazie per avermi stretto anche quando ero lontano.
Grazie per avermi ridato verbo quando ero ostacolato e spaurito
e pieno di poche idee.
Grazie per volermi migliore, cosi da spronarmi e da tenermi sveglio.
Grazie per apprezzare me e i miei modi.
Auguri!!




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domenica 11 ottobre 2009
ore 10:22
(categoria: "Vita Quotidiana")







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martedì 22 settembre 2009
ore 15:15
(categoria: "Vita Quotidiana")



Jannacci era un terùn

«Pecché mi sunt nu bello sciuretto. T’é capit? Mi tengo i soldi e la macchina con le ruote in lega leggera, mi sunt vegniù a Milan cunt una partida de limun e ho fatto i soldi pecché mi sunt viun che laura e mi sunt fa un kiù accussì. Pecché de nott lavuravi a fà la metropolitana e la mattina andavi al mercat ad accatta i limun e li vendevi tre cento lire. Adess però mi sunt nu bello sciuretto e se voglio mi ti compro. Mi ti compro...».
Per la prima volta la parola terùn l’ho sentita tanti anni fa nella scuola elementare di via Mugello, dove mia madre mi ha accompagnato il primo giorno e poi più perché anche un ragazzino di sei anni poteva attraversare il viale Corsica senza correre grossi rischi. Pantaloni corti estate e inverno e via andare dal maestro Grassi che aveva fatto la grande guerra e che, secondo quanto raccontava, l’aveva vinta lui da solo contro tutti. Un bel tipo il maestro Grassi con la mania dell’albo d’onore e del ciclismo perché suo figlio correva in pista, al Vigorelli. I miei compagni si chiamavano Salvatore, Nicolino, Carmelo, neri di capelli e con la pelle olivastra, avvilita sul volto da qualche foruncolo tipo fame atavica, uno schizzo qua e là.

Foruncoli postbellici, come oggi non si usano più nemmeno in Meridione. «Mi sunt terùn» mi disse uno di loro e io pensai che fossero tutti fratelli, giunti dall’estero, portati forse dagli americani i quali, mi dicevano, non facevano altro che mandare roba in Italia per aiutarci a venir fuori da un momento «particolarmente difficile».

Oggi il brufolame e la carie dentaria dei bambini si spiega con l’eccessivo consumo di dolci, allora, forse per ragioni politiche, la diagnosi aveva motivazioni completamente diverse.

Come si dice: cambiando l’ordine dei fattori il risultato non muta, una regola questa che il maestro Grassi ci insegnò molto presto, subito dopo avermi detto che terùn voleva dire meridionale, ma nel senso buono. «Sai - dissi un giorno a mia madre - nella mia scuola ci sono più meridionali che italiani...».

Seppi allora da lei che anch’io ero un terùn, uno di loro. «A Milano - mi spiegò - ti chiami Enzo, ma quando vengono gli zii da Bisceglie diventi Vincenzo, anzi, Vincienzo, Vincensì con l’accento sull’i come Carmelì, Mimì, Catarì pecché me dici sti parrolle ammare».

Nessuno mai ha voluto spiegare il significato della parola terùn, in senso etimologico, ma non è questo il problema; il fatto è che coi terùn molte persone ce l’hanno a morte. Sono loro i responsabili dell’impantanamento della nostra società, i terùn vanno benissimo per prendersi un po’ tutte le colpe, ma ce n’è una che tra tutte è la più grave, quella di puzzare di miseria ed è per questo che, secondo qualcuno, «bisognerebbe mettere una frontiera a Firenze...» «No, anzi, a Bologna». E piano piano la frontiera finiscono per metterla alla porta di casa, visto che di terùn ce n’è un po’ dappertutto. Quella storia della frontiera non è poi tanto seria, nel senso che quelli che la vogliono, in fondo, ce l’hanno già: in testa, nella loro testona, hanno una frontiera con la scritta: «Non si affittano camere ai meridionali» come in certi posti che non sto qui a raccontare perché sennò verrebbe fuori una menata troppo lunga.

A me, invece, il fatto di essere terùn mi fa tenerezza, perché terùn - è vero - si nasce, ma si può anche diventare. Diventare terùn significa prendere coscienza di certe responsabilità fino a ieri ritenute scomode; vuol dire permettere di essere meno egoisti; vuol dire, un giorno, domandarsi: cosa farò da grande?

Ma, forse, questo discorso lo capiscono soltanto i terùn, malati di gelosia, superstizione, orgoglio, parole vecchie, fuori corso, in un mondo dove è indispensabile essere razionali, funzionali, moderni, senza complessi.

I terùn, invece, di complessi ne hanno troppi e se li portano addosso con la puzza dell’aglio e del peperoncino piccante che dà così fastidio alla gente perbene.

In questo Paese terrone, che ha generato poeti terroni, santi terroni, impiegati e operai terroni, cantanti terroni e via dicendo, c’è un momento in cui forse è meglio chiamarsi Roberto piuttosto che Nicola e prima o poi si finisce per dire che la pastasciutta fa ingrassare e il riso no, o a dire è di Milano anche se ha la casa piena di pecorino portato dalla zia due giorni prima, come quel mio amico terùn che va a casa a far le vacanze e quando torna parla così: «Sai, sono stato giù venti giorni, venti giorni a chillu paese. Beh, cosa vuoi, non mi trovo più. Forse perché i miei amici se ne sono andati, forse perché ormai ragiono in un altro modo. Giù sono rimasti ancora quelli di prima, aspettano non si sa che cosa, sono come rassegnati. L’anno prossimo le vacanze vado a farle a Riccione».


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lunedì 14 settembre 2009
ore 13:33
(categoria: "Vita Quotidiana")



Litigo con mia madre per i soldi, litigo con mio padre per la competenza.
Mi avevano detto che non scioglierò il ghiaccio di questa società e mi troverò sempre più con il culo ghiacciato.
Mi avevano detto che ero troppo lontano.
Mi dicono che son troppo vicino.
Mi avevano detto che sarei fallito e se voglio lo faccio.
Come il sole che sta per esplodere e continua a bruciare.
Zero Moccia, zero demoni, solo ed esclusivamente fuoco.


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