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ORA VORREI TANTO...




PARANOIE
Nessuna scelta effettuata

 


MERAVIGLIE

Nessuna scelta effettuata








Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 15 luglio 2010
ore 19:20
(categoria: "Vita Quotidiana")





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martedì 5 maggio 2009
ore 10:40
(categoria: "Vita Quotidiana")



"non posso stare con uomo che frequenta le minorenni"



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sabato 28 febbraio 2009
ore 09:31
(categoria: "Vita Quotidiana")



Perché i Simpson sono immortali
Ventidue anni in prima serata
di MICHELE SERRA

LA FOX negli Stati Uniti manda in onda i Simpson dal 1989, tutte le settimane in prima serata. L’altroieri il canale ha firmato il rinnovo del contratto a Matt Groening, il creatore e disegnatore dei Simpson, per altri due anni. Il che porta il totale a ventidue anni. Un record assoluto, nessun programma nella storia della televisione è riuscito a restare in programmazione in prima serata per un tempo così lungo. I Simpson, per noi fan, sono un classico già da molto tempo. Indiscutibilmente. Che la televisione decida di perpetuare la loro egemonia pop per altri due o dieci o vent’anni è solo la conferma ufficiale di ciò che a noi pareva già ovvio.

Di tutta l’arte di massa di fine Novecento il cartoon di Matt Groenig è una delle poche autentiche gemme. Qualcosa che resterà. Ora che ha conquistato il titolo di trasmissione da prime-time più longeva nella storia della televisione (dunque nella storia della cultura popolare tout-court), vale la pena riflettere su qualcuno dei meriti "storici" di questo serial: storici nel senso che i Simpson hanno fissato con implacabile precisione la condizione dell’uomo qualunque - americano ma non solo - dell’ultimo paio di generazioni. L’uomo post-ideologico, l’uomo consumatore e televisivo, il suddito medio dell’Impero delle Merci.

Enorme merito di Groenig e del suo staff è aver saputo custodire la loro raffinata intuizione satirica anche dentro la dozzinalità industriale della produzione televisiva. L’intuizione satirica è questa: che in democrazia non è più solo il Potere, sono i cittadini, uno per uno, i depositari dell’errore, i responsabili della sventura. Modernissima chiave, che al riparo dal consolante luogo comune sulla malvagità del Palazzo ha permesso di scaricare sulle spalle dell’anti-eroe Homer quasi tutta la soma satirica. Homer è la quintessenza della bulimia, del conformismo, della pavidità etica: un panzone devoto alla birra (birra e salsicce), schiavo della televisione, vittima della pubblicità, e soprattutto è tonto quanto basta per non rendersene conto.

Migliaia di episodi non sono riusciti ad annacquare o indebolire lo spietato cliché "anti-popolare" dei Simpson, la critica allegra e feroce della mediocrità del consumatore americano e della pochezza delle sue ambizioni. (È facile presumere che negli Usa qualche columnist della destra populista abbia attribuito all’autore dei Simpson lo snobismo degli intellettuali liberal, confondendo una volta di più la desolata precisione dell’analisi con il cinismo dell’analista).

A differenza di Fantozzi, grande maschera nostrana di omino schiacciato dalla storia, Homer non è affatto conscio della sua sventura e della sua subalternità. Homer è un incosciente, e questo lo rende invulnerabile (come tutte le grandi star dei cartoon). La sua stoltezza crapulona lo preserva dal Male, e non può essere vittima del Sistema perché è lui stesso il Sistema, lui il ricettore entusiasta di qualunque frottola politica e di qualunque truffa mercantile, lui il moltiplicatore acritico dei luoghi comuni e di un way of life goffo e scriteriato.

Perché dunque lo adoriamo? Ovvio: perché i Simpson siamo noi, perché ridendo di loro prendiamo le misure a noi stessi e le distanze da noi stessi. Quella casa, quella famiglia, quella torpidità opposta come sola difesa al bombardamento televisivo, quelle avventure picaresche nel labirinto della contraffazione sociale, dello sfascio ambientale, della menzogna politica, del fanatismo religioso, sono la caricatura esilarante della nostra impotenza.

Ma il mutevole accanimento del sopruso e dell’idiozia attorno a quella cittadina anonima e a quella casa qualunque si scaricano come fulmini nel terreno, e puntata dopo puntata non lasciano traccia. I Simpson sono invulnerabili, la loro animalesca vitalità allude all’immortalità del popolo, non c’è predicatore isterico, speculatore farabutto, idea sbagliata che non esca sconfitta da Springfield, il pozzo nero dove i nostri vizi sociali si concentrano e poi svaniscono, metabolizzati dalla stessa invincibile indolenza di Homer e dei suoi amici.

La vocazione di ogni cartoon a eternare i suoi personaggi funziona, nei Simpson, come un esorcismo non solo contro il tempo, ma anche contro i tempi e la loro degenerazione. I Simpson assorbono come spugne il peggio del nostro mondo ma lo riciclano nella loro micidiale routine quotidiana, spesa al drugstore, giretto in macchina, birretta al bar, tivù sempre accesa. L’epoca passa con i suoi veleni, i suoi crolli di borsa, le sue pazzie ideologiche. I Simpson restano, assaggiano tutto, digeriscono tutto: la pancia di Homer è la nostra assicurazione contro il Male. In prima serata, tutte le sere, speriamo per sempre.


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giovedì 12 febbraio 2009
ore 10:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Perché ho il diritto di scegliere la mia morte
di UMBERTO ECO

BENCHE’ il problema mi turbasse molto, e forse proprio per questo, ho cercato negli ultimi mesi di non pronunciare alcun giudizio o opinione sul caso Englaro, per molte e sensate ragioni, ma anzitutto perché non volevo partecipare alla canea di chi stava sfruttando per ragioni ideologiche, da una parte e dall’altra, la vicenda di una sventurata ragazza e della sua famiglia.

Quando il presidente del Consiglio ha preso pretesto dal caso per tentare uno dei suoi ormai reiterati attacchi alla Costituzione, sono intervenuto con Libertà e Giustizia, in piazza, e mi sono unito agli appelli alla vigilanza. Ma nelle poche interviste che non ho potuto evitare ho sempre detto che le poche centinaia di persone che erano con me davanti a palazzo di Giustizia a Milano non erano lì a manifestare sul caso Englaro, perché ero pronto a scommettere che se si fosse fatta la conta si sarebbe visto che metà la pensavano in un modo e metà nell’altro, ma per protestare contro l’attacco al presidente della Repubblica, attentato bonapartista (ringrazio Ezio Mauro per aver rievocato questo precedente) su cui tutti erano d’accordo.

Adesso, sfogliando le gazzette, mi rendo conto come sia difficile dividere questi due problemi e quanta sottigliezza politologica, giuridica e (permettetemi) morale ci voglia a capire quanto i due problemi siano diversi. Ma cosa si può pretendere da chi, come accadeva secoli fa con Terenzio e gli orsi, ha preferito il Grande Fratello alla discussione su questi casi?
Così mi sono trovato citato tra coloro che sul caso Englaro avevano idee chiare e decise. Intervengo per dire che non le avevo, altrimenti le avrei espresse. Solo che, ora che la ragazza è morta, forse si può parlare di questi problemi senza temere di far sciacallaggio su un corpo in sofferenza.

In effetti non intendo parlare della morte di Eluana Englaro. Voglio piuttosto parlare della mia morte, e ammetterete che in questo caso ho qualche diritto all’esternazione.

Dovendo parlare della morte mia, e non di quella altrui, non posso non citare alcuni aspetti della mia vita, tra cui il fatto che qualche anno fa ho scritto un romanzo intitolato La misteriosa fiamma della regina Loana, dove il protagonista, dopo un primo incidente cerebrale per cui perdeva la memoria, cadeva nuovamente in coma.

Non so se scrivendo volessi affermare qualcosa di scientificamente valido o cercassi solo un pretesto narrativo, ma fatto sta che ho impiegato più di cento pagine a far monologare il mio personaggio ormai in coma (non avevo allora calcolato se ridotto a vegetale, imputato di morte cerebrale o in coma eventualmente reversibile - segno che non avevo precise preoccupazioni scientifiche).

In ogni caso il personaggio, in quello stato che chiamerò di "vita sospesa", pensava, ricordava, desiderava, si commuoveva. Sapeva benissimo che probabilmente i suoi cari lo credevano ridotto allo stato di una rapa, o al massimo di un cagnolino dormiente, ma si accorgeva che i medici sanno pochissimo di quanto succede nel nostro funzionamento mentale, e che forse dove essi vedono un encefalogramma piatto noi continuiamo a pensare, che so, coi rognoni, col cuore, coi reni, col pancreas...

Questa era la mia finzione letteraria (per calmare coloro che dall’eccezionale si attendono tutto, dirò che alla fine il mio personaggio sprofondava nel buio) ma devo dire che se l’avevo pensata era perché un poco ci credevo. Non sono sicuro che là dove gli strumenti scientifici di oggi vedono solo una terra piatta, e una assenza di anima, ci sia del tutto assenza di pensiero - e lo dico con sereno materialismo, non perché ritenga che un’anima sopravviva alla morte delle nostre cellule ma perché non mi sento di escludere che - morte e definitivamente alcune cellule - altre non sopravvivano e prendano il controllo della situazione, testimoniando di una straordinaria plasticità non del nostro cervello (questo ormai lo sanno tutti) ma del nostro corpo.

Insomma, siccome sospetto che quando si è sani si pensi anche con l’alluce, allora perché no quando il cervello non dà segni di vita?

Non farei una comunicazione in merito a un congresso scientifico, ma in qualche modo ci credo. Visto che c’è gente che crede al cornetto rosso lasciatemi credere a questo.

Ora che cosa vorrei, se se mi trovassi in una situazione del genere?

A cercare proprio col lanternino tutte le possibilità credo proprio che esse si riducano a tre. Prima possibilità, sopravviverei come una rapa, senza coscienza, senza poter dire "io", reagendo al massimo a qualche modificazione dell’umidità atmosferica, come se fossi una colonnina di mercurio. In effetti a queste condizioni non sarei più "io", ma appunto una rapa e non vedo perché dovrei preoccuparmi di me.

La seconda possibilità è che in quello stato si riviva tutto il proprio passato, si torni all’infanzia, si abbiano visioni e si realizzino quelli che in vita erano stati i nostri desideri, insomma si viva una sorta di sogno paradisiaco. È un poco quel che accade al personaggio del mio romanzo, ma poi purtroppo anche lui cala nelle tenebre.

La terza ipotesi è la più angosciante, è che in quella vita sospesa ci si interroghi su cosa faranno e penseranno di noi i nostri cari, si riviva col cuore in gola gli ultimi momenti di coscienza, si tema per l’orrido futuro che ci attende, o addirittura ci si consumi come ha fatto mia madre negli ultimi dieci anni che è sopravvissuta a mio padre, raccontando a noi figli, ogni volta che poteva, come era stata orribile la notte in cui mio padre era stato colto da infarto, e se non fosse stata colpa sua che aveva preparato una cena forse troppo pesante. Questo sarebbe l’inferno - e ho accolto quasi con sollievo la morte di mia madre perché sapevo che stava uscendo da quell’inferno.

Adesso facciamo una botta di conti alla Pascal. Di tre possibilità solo una è gradevole, le altre due sono negative. In termini di roulette (e sui grandi numeri, tipo diciassette anni di vita sospesa) si è già perso in partenza. Ma il problema non è questo. Io sono pronto a dichiarare che, nel caso incorra nell’incidente della vita sospesa, desidero che non si protraggano le cure (anche se potrei perdere alcuni istanti o millenni di paradiso) per evitare tensioni, disperazione, false speranze, traumi e (permettetemi) spese insostenibili ai miei cari. Ma chi sono io per distruggere la vita a una, due, tre o più persone per la remota possibilità di avere qualche istante o qualche anno di paradiso virtuale?

Io ho il diritto di scegliere la mia morte per il bene degli altri. Guarda caso, è quello che mi ha sempre insegnato la morale, e non solo quella laica, ma anche quella delle religioni, è quello che mi hanno insegnato da piccolo, che Pietro Micca ha fatto bene a dare fuoco alle polveri per salvare tutti i torinesi, che Salvo D’Acquisto ha fatto bene ad accusarsi di un crimine non commesso, andando incontro alla fucilazione, per salvare un intero paese, che è eroe chi si strappa la lingua e accetta la morte sicura per non tradire e mandare a morte i compagni, che è santo chi accetta l’inevitabile lebbra per baciare le piaghe al lebbroso.
E dopo che mi avete insegnato tutto questo non volete che io sottoscriva alla sospensione di una vita sospesa per amore delle persone che amo? Ma dove è finita la morale - e quella eroica, e quella che mi avete insegnato, che caratterizza la santità?

Ecco perché, turbato a manifestare la sia pur minima idea sulla morte di Eluana (non sono, maledizione, fatti miei, ma dei genitori che l’hanno amata più di quanto l’abbia amata Berlusconi, che ha sinistramente fantasmato sulle sue mestruazioni) non ho esitazioni a pronunciare la mia opinione circa la mia morte. E all’amore che una morte può incarnare. "Laudato s’ mi Signore, per sora nostra Morte corporale, - da la quale nullu homo vivente po’ skappare: - guai a quelli ke morrano ne le peccata mortali; - beati quelli ke trovarà ne le Tue sanctissime voluntati, - ka la morte secunda no ’l farrà male".


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lunedì 15 dicembre 2008
ore 17:00
(categoria: "Vita Quotidiana")



Battiato canta e poi sbotta: stronzi nazisti
L’artista siciliano si sfoga sul palco dopo aver cantato un brando dedicato a Edith Stein

ROMA - «Si rimane allibiti dalla violenza di pazzeschi, stronzi nazisti. Edith Stein si era chiusa in convento, sono andati a cercarla in Olanda: ci vuole coraggio...». Il Franco Battiato calmo e compassato cambia volto: durante l’esibizione di venerdì sera al concerto al Teatro dell’Opera per un evento speciale dedicato al Fai l’artista siciliano è apparso arrabbiato e amareggiato e si è sfogato dopo aver cantato il brano dedicato appunto a Edith Stein e che ripercorre gli orrori del nazismo.

25 BRANI - Anche l’esibizione di «Povera patria» è stata accompagnata da un commento amaro dell’autore. «Avrei voluto non scrivere questa canzone, però è andata così...» ha detto Battiato parlando del brano in cui domina il rimpianto per una «primavera che tarda ad arrivare», anche se per fortuna «prima o poi cambierà...>. Il concerto di Battiato - unica data in Italia in questo 2008 per la presentazione del nuovo album Fleurs 2 mentre poi il prossimo anno il tour europeo toccherà anche Roma, dal 3 al 5 marzo all’Auditorium. Venticinque i brani eseguiti da Battiato. Accanto a quelli dell’ultimo album - con cover di peso come Sitting on the Dock of the Bay di Otis Redding e Il Carmelo di Echt di Juri Camisasca (il brano dedicato appunto a Edith Stein), Il venait d’avoir 18 ans di Dalida o L’addio della compianta Giuni Russo, e quindi l’inedito Tutto l’Universo Obbedisce all’Amore (nell’album cantata con Carmen Consoli), applausi per i brani del repertorio dell’artista siciliano, in una fusione originale tra musica colta e musica popolare, tra tradizione italica e culture lontane.


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mercoledì 8 ottobre 2008
ore 14:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Roma, il Comune scarica FotoGrafia. Al suo posto, futurismo e astronauti
di ARTURO COCCHI

ROMA - Capace di attirare 200mila visitatori, di dipanarsi in 143 diverse mostre, con un costo totale di 187.500 euro, eppur soppresso dal programma del Comune di Roma perché troppo dispendioso. E’ la paradossale sorte che potrebbe toccare a FotoGrafia, il Festival internazionale, la cui ottava edizione era (è?) programmata per la prossima primavera.

Il proposito del Comune di Roma di non sostenere più l’iniziativa è stato comunicato improvvisamente dall’assessore alla Cultura, Umberto Croppi, al termine di un incontro con i direttori delle accademie e degli istituti stranieri presenti nella Capitare, indetto per creare una rete stabile di rapporti culturali di livello internazionale. Al posto di FotoGrafia, altre iniziative come un "festival della letteratura dei migranti" e le mostra per i 100 anni del Manifesto futurista e per i 40 dello sbarco sulla luna.

Roma, e l’Italia, rischiano così di perdere un evento che in pochi anni si era trasformato in un punto di riferimento internazionale per il mondo della fotografia e dell’arte, anche se l’organizzazione promette battaglia. "Andremo avanti lo stesso - fa sapere il direttore artistico di FotoGrafia, Marco Delogu - Abbiamo già ottenuto il sostegno di tutti gli sponsor, sulla comunità di Flickr (il sito multilingua dove gli appassionati di fotografia condividono scatti discussioni sulla materia, n.d.r.) ci sono già messaggi in nostro favore".

L’abbandono del Comune significa, all’atto pratico, l’impossibilità di utilizzare il Palaexpo e il Museo di Roma in Trastevere, spazi storici del festival. "Ma per fortuna la fotografia è un’arte poco ’esosa’, in termini di spazi, di tecnologie e di costi - spiega Delogu. Oltretutto, la macchina era già partita "impossibile fare diversamente, quando si fa parte di un calendario internazionale".

Perché di questo si tratta. FotoGrafia è parte del Mese europeo della fotografia, iniziativa che attraversa le grandi città del vecchio continente, a cominciare da Parigi, in novembre, attraverso Vienna, Berlino, Varsavia e, appunto Roma. A Roma, in questi ultimi anni, sono passati i più grandi talenti mondiali, i cataloghi sulla città che ogni anno il festival affida a un diverso fotografo sono finiti alla Biennale di architettura di Venezia. "Senza tralasciare che il nostro è un evento vivo, radicato nel territorio, di immagini scattate nella città o da fotografi romani in giro per il mondo. Insomma, non una mostra in affitto, come se ne vedono tante. Quest’anno, poi, avremmo puntato ancora di più sui giovani".

C’è la sensazione di una volontà politica, di un desiderio di fare ’piazza pulita’. "Penso si voglia eliminare tutto quello che è stato trovato - dice il direttore artistico -. Tra l’altro, di fronte all’eventualità di sopprimere un evento, la procedura normale è quella di convocare gli interessati, di esporre i problemi, se ce ne sono. Non fa certo piacere apprendere la notizia dalla stampa".

Ci sarebbe anche l’eventualità di un cambio di sede... "Ma il festival è nato a Roma e per Roma, aveva trasformato la città in una grande capitale mondiale della fotografia: grazie anche a noi, gli appuntamenti e le mostre in città si susseguono al ritmo di uno alla settimana - conclude Delogu -. Il festival internazionale di Arles - con il quale collaboriamo, io stesso l’anno scorso ho curato una sezione, che poi è stata replicata a Parigi, durante la notte Bianca - è un evento mondiale da 40 anni, lo è stato con Chirac, con Jospin, e ora lo è anche con Sarkozy: evidentemente c’è un senso dello stato, del bene comune, diverso dal nostro".

Tra le iniziative di FotoFestival, la collaborazione con la Comunità di Sant’Egidio: fotografi che gravitano intorno alla manifestazione hanno documentato il lavoro dell’associazione in giro per il mondo, dal Malawi al Mozambico, alla Guinea. I lettori di Repubblica.it copnoscono bene il festival: a maggio, ospitammo il concorso a tema "La finestra di fronte", con le foto migliori proiettate al Festival. L’anno prima, lo spunto era stato "Il nostro 2007".


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mercoledì 16 luglio 2008
ore 16:16
(categoria: "Vita Quotidiana")



Università, la protesta dilaga: "Via i tagli o stop alle lezioni"
di ANDREA BETTINI

ROMA - Contestazioni, minacce di bloccare lezioni, esami e sessioni di laurea, allusioni nemmeno troppo velate allo stop del prossimo anno accademico. Chi si attendeva un’estate di transizione ed un eventuale autunno di proteste, a quanto pare, era troppo ottimista. In molte università italiane è già iniziata la mobilitazione contro i tagli decisi dal governo il 25 giugno con il decreto che anticipa la manovra Finanziaria. Una protesta che sta dilagando e che, con toni e modalità diverse, coinvolge rettori, docenti, ricercatori e personale amministrativo.

Le spiegazioni e le rassicurazioni del ministro dell’Istruzione Mariastella Gelmini, che di fronte alle prime polemiche ha parlato di "scelte dolorose ma indispensabili" e di "tagli sulla base di indicatori di merito", sembrano non essere riuscite a fermare le critiche. Mentre si moltiplicano le assemblee e gli allarmi per il futuro dell’università, la richiesta dei contestatori è sostanzialmente unanime: stralciare dal decreto alcune delle principali novità oppure modificarle durante l’iter parlamentare per la conversione in legge. Una posizione che sarà probabilmente ribadita il 22 luglio a Roma, quando alla Sapienza si svolgerà un’assemblea nazionale dei rappresentanti di tutte le componenti universitarie.

I punti contestati. A preoccupare il mondo accademico sono diversi provvedimenti. Il più criticato è la graduale riduzione, collegata ad una forte stretta sulle assunzioni, del Fondo di finanziamento ordinario, con risparmi di circa 1,5 miliardi di euro fino al 2013. Contestate anche le misure sugli stipendi, con scatti di anzianità dei docenti che da biennali diventeranno triennali ed una riduzione del Fondo di contrattazione integrativa del personale amministrativo. Molta perplessità, infine, anche sulla possibilità per gli atenei di trasformarsi in Fondazioni di diritto privato.

"Interventi inaccettabili". Dopo la bocciatura unanime da parte della Conferenza dei rettori, secondo la quale i tagli porteranno inevitabilmente il sistema al dissesto, dai vertici delle università continuano a piovere critiche nei confronti del decreto legge. Una mozione approvata ieri dai Senati accademici degli atenei toscani definisce interventi gravi e "inaccettabili" la riduzione dei trasferimenti statali e la limitazione "improvvisa, indiscriminata e pesante" del turnover dei dipendenti e chiede lo stralcio dal decreto delle norme che si riferiscono all’università. Venerdì scorso, invece, i quattro rettori delle università dell’Emilia-Romagna hanno denunciato che la "riduzione drastica delle risorse finanziarie e umane, oltre a mortificare l’intero insieme di professionalità e competenze all’università, mette a serio rischio la funzione didattica e nel contempo la sostenibilità delle attività di ricerca" e hanno convocato per il 21 luglio una riunione straordinaria congiunta dei quattro Senati accademici e dei consigli di amministrazione.

La mobilitazione. In molte università si stanno già mettendo a punto forme concrete di lotta. Ieri un’assemblea generale dei lavoratori e degli studenti degli atenei napoletani, indetta da Flc Cgil, Cisl Università e Uil Pa-Ur, ha deciso, tra l’altro, l’astensione "a tempo indeterminato dei docenti e ricercatori dalla partecipazione a organi collegiali" ed il ritiro della "disponibilità a ricoprire incarichi didattici per il prossimo anno accademico". Il 9 luglio, invece, l’assemblea del personale delle università "Cà Foscari" e Iuav di Venezia ha ipotizzato "il rifiuto di svolgere carichi didattici superiori alle richieste di legge, il blocco degli esami, delle sessioni di laurea e delle lezioni". Lo stesso giorno, all’università di Sassari, l’assemblea dei docenti ha invece dichiarato lo stato di agitazione dell’ateneo e non ha escluso "per quanto con doverose riserve ed a fronte di un ulteriore irrigidimento della controparte, il ricorso ad azioni più eclatanti quali la possibilità del blocco degli esami di profitto e di laurea".

"A rischio il prossimo anno accademico". Una delle prese di posizione più nette nei confronti delle decisioni del governo è quella del Senato accademico dell’università "La Sapienza" di Roma. Martedì 8 luglio, prospettando un "danno grave per l’avvenire dei giovani e per lo sviluppo del Paese", ha chiesto lo stralcio della parte del decreto relativa all’università e ha indetto una giornata nazionale di protesta dicendosi consapevole "che in queste condizioni non sarà possibile dare inizio al prossimo anno accademico".

La petizione online. Il Coordinamento Giovani Accademici, intanto, ha pubblicato sul proprio sito internet una petizione in cui denuncia tra l’altro che la stretta sugli stipendi ridurrebbe i compensi annui lordi a fine carriera di 16mila euro per i professori ordinari, di 11mila euro per gli associati e di 7mila per i ricercatori. Il documento, che chiede un nuovo approccio nei confronti dell’università italiana, è già stato sottoscritto da più di 3.100 tra docenti, ricercatori e studenti preoccupati per il proprio futuro e per quello degli atenei.


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martedì 15 luglio 2008
ore 14:54
(categoria: "Vita Quotidiana")





Tempest Storm spogliarellista a 80 anni
Insieme a Dixie Evans e Betty Page ha portato al successo il genere burlesque. Da 50 anni si esibisce a Las Vegas

LAS VEGAS - Cinquant’anni fa era conosciuta per «i seni più belli di Hollywood» o per «il davanzale favoloso». Oggi a 80 anni Tempest Storm continua la sua attività di spogliarellista burlesque. «Non è ancora arrivato il momento di appendere il tanga al chiodo. Troppi fan rimarrebbero delusi» racconta Tempest, che si esibisce a Las Vegas, Palm Springs, Miami e al Carnegie Hall di New York. Insieme a Dixie Evans e Betty Page ha portato al successo il genere burlesque.

UNA VITA DIFFICILE - «Il palcoscenico mi ha salvato» ha detto Tempest. Figlia di un agricoltore della Georgia, è stata vittima di violenze sessuali. A 22 anni aveva alle spalle già due matrimoni falliti. Poi l’incontro con il coreografo del Follies Theater di Los Angeles, Lillian Hunt. «Ho il seno troppo grosso?» chiese Tempest a Hunt durante il provino. Lui le disse di non ingrassare e chiamò invece un dentista.

LOVE STORY CON ELVIS - Una foto di un giovane Elvis accoglie gli ospiti nel suo appartamento a Las Vegas. Il Re del Rock’n’roll è stato suo amante per un anno, ma il manager di Elvis non approvava la storia con una spogliarellista. Ma la lista di flirt è lunga. Tutti grandi nomi di Hollywood: Frank Sinatra, Dean Martin, Nat King Cole. Alcuni sono stati amanti per una notte, altri solo clienti per uno spogliarello.

SPOGLIARELLO IN QUATTRO MOSSE - «Quattro numeri per togliermi i vestiti. Il mio spettacolo dura sette minuti» dice Tempest, ma i giovani produttori vogliono accorciare i tempi. Una volta hanno spento la musica ancor prima della fine. Chioma rosso fuoco, abito viola attillato, collana di strass, tacchi alti e un boa che volteggia tra le mani: Tempest Storm calca il palcoscenico mostrando sul viso un attimo di nervosismo. Poi gli applausi del pubblico e lo show continua.


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martedì 8 luglio 2008
ore 10:34
(categoria: "Vita Quotidiana")



Dai super tagli alle classi affollate: in subbuglio il mondo della scuola
di SALVO INTRAVAIA

Classi da 33 alunni e tagli allo stipendio per chi si ammala. La scuola, più che ad un autunno caldo, si prepara ad un autentico tsunami. Per ammodernare la macchina scolastica italiana, il governo Berlusconi agirà essenzialmente su due leve: le riforme di sistema e la razionalizzazione delle risorse. Ma una cosa è certa: nei prossimi tre anni, spariranno migliaia di posti di lavoro, si potranno fare classi sempre più affollate e gli insegnanti prima di ammalarsi dovranno "pensarci bene". E non solo: verrà rilanciato il ruolo delle scuole private, i precari dovranno pensare ad un’altra sistemazione e i dirigenti scolastici saranno chiamati a rispondere dei mancati obiettivi raggiunti.

Già a settembre, per effetto dei tagli imposti dal precedente governo, spariranno migliaia di classi e di cattedre per i supplenti. E le novità introdotte dal decreto legge dall’affascinante titolo "Disposizioni urgenti per lo sviluppo economico, la semplificazione, la competitività, la stabilizzazione della finanza pubblica e la perequazione tributaria" sono operative dal 25 giugno scorso. Il mondo della scuola è in fibrillazione perché nessuno sa come verranno tagliati 100 mila posti in tre anni. E il recente attacco lanciato dal leader del Carroccio, Umberto Bossi, al ministro dell’Istruzione, Mariastella Gelmini, la dice lunga sul clima che si respira anche all’interno del governo.

Bossi ha criticato la Gelmini "messa a fare il ministro senza avere mai fatto l’insegnante". Prendendosi una risposta velenosa dall’inquilino di Palazzo della Minerva: "Mi pare che nemmeno Umberto Bossi sia un eminente costituzionalista e nonostante questo credo che farà al meglio il suo lavoro". Ma cosa sta accadendo nella scuola?

La prima a scendere in campo è stata l’inquilina di viale Trastevere che ha illustrato alla Camera il suo programma: merito, stipendio, valutazione e carriera scolastica. Subito dopo è intervenuto il decreto legge Tremonti che prevede una consistente cura dimagrante per gli organici del personale scolastico e contemporaneamente è partita la discussione parlamentare del disegno di legge Aprea sulle "norme per l’autogoverno delle istituzioni scolastiche e la libertà di scelta educativa delle famiglie, nonché per la riforma dello stato giuridico degli insegnanti".

Le classi "over 30". Già dal prossimo anno, in base alle ultime circolari sulla formazione delle classi sarà possibile elevare da 28 a 31 il numero di alunni per classe. E la nota ministeriale dello scorso 20 giugno prevede che i presidi delle superiori, quando a settembre si conteranno promossi e bocciati, "dovranno tenere in conto la possibilità non procedere a sdoppiamenti in presenza di un limitato numero di alunni (una o due unità) eccedenti i parametri previsti". Risultato: si potranno fare anche classi di 33 alunni. E i dirigenti scolastici alle prese con gli organici stanno già comunicando alle famiglie che a settembre alcune classi saranno accorpate.

I Tagli. Dopo i 47 mila posti (25 mila tagliati l’anno scorso e quest’anno e 22 mila ancora da tagliare negli anni 2009/2010 e 2010/2011) tagliati dal governo Prodi, il decreto Tremonti prevede nel triennio 2009/2011un taglio di circa 110 mila posti: 67 mila insegnanti e 43 mila Ata (amministrativi, tecnici e ausiliari). Nelle ultime settimane si rincorrono le ipotesi sui possibili interventi per centrare l’obiettivo: maestro unico alla scuola elementare, riforma dei quadri orari (con riduzione delle ore) in tutti i segmenti della scuola, "razionalizzazione" degli indirizzi scolastici della scuola superiore, revisione dei criteri di formazione delle classi e di assegnazione del personale Ata alle scuole.

Le scuole private. Per fare evaporare in pochi anni 67 mila cattedre, in base ai parametri attuali, occorre che la popolazione scolastica si contragga di circa 600 mila unità. Una via per raggiungere l’obiettivo è fornita dalla stessa Gelmini e dalla presidente della commissione Cultura della Camera, Valentina Aprea. Quest’ultima parla di sussidiarietà come "stella polare" del cambiamento e prevede, nel suo disegno di legge, un’autonomia scolastica collegata alla libertà di scelta delle famiglie, che spostano i finanziamenti in base alle loro scelte".

Alle scuole paritarie la neo inquilina di Palazzo della Minerva ha dedicato più di due pagine della sua relazione di apertura in commissione Cultura. In sostanza, rivendica il diritto delle famiglie italiane di rivolgersi "a percorsi educativi con specifiche connotazioni, cui la scuola paritaria può fornire risposte adeguate". La risposta alle esigenze educative e di istruzione del cittadino sarebbero "in un sistema pubblico di istruzione che fondi sul principio di sussidiarietà forme di pluralismo educativo". Ma non solo "un dossier dell’Agesc (l’associazione dei genitori delle scuole cattoliche, ndr) rileva che il risparmio per l’erario determinato nell’anno corrente dall’esistenza di queste libere iniziative è di circa 5 miliardi e mezzo, a fronte di un contributo di circa 500 milioni di euro".

In altre parole, se una fetta di alunni attualmente in carico alle scuole pubbliche si trasferisse nelle scuole private, sostenute (le stesse scuole o le famiglie) da adeguati finanziamenti, sarebbe possibile in pochi anni tagliare migliaia di classi e di posti, risparmiare miliardi di euro (sono 8 quelli che prevede di recuperare il decreto Tremonti sulla scuola) e rilanciare la scuola privata: richiesta avanzata anche dal Santo Padre.

I precari. E i 342 mila supplenti iscritti nelle graduatorie ad esaurimento? Il ministro Gelmini ha detto senza troppi equivoci che "il precariato non potrà mai essere esaurito". In Italia, attualmente sono più di 220 mila i supplenti che portano uno stipendio a casa grazie ad un incarico annuale o fino al termine delle attività didattiche. Per loro il futuro è incerto.

Le restrizioni sulla malattia. Pochi insegnanti sono ancora a conoscenza del contenuto dell’articolo 71 del decreto legge Tremonti. Dallo scorso 25 giugno, ai dipendenti statali che si assentano per malattia verrò corrisposto (per in giorni di assenza) soltanto lo stipendio base: senza quote accessorie o indennità. Per il personale della scuola, questo provvedimento si traduce in una decurtazione pari al 10 per cento. Ma non solo: dopo dieci giorni di malattia o comunque dopo la seconda assenza per malattia (anche di un giorno) la stessa verrà giustificata soltanto dietro presentazione di certificazione medica rilasciata da una struttura sanitaria pubblica. Occorrerà quindi recarsi al Pronto soccorso di una struttura pubblica per ottenere fare il certificato medico "buono". E il medico fiscale potrà fare visita al malato non più nelle quattro ore (10/12 e 17/19) previste dal contratto ma dalle 8 alle 13 e dalle 14 alle 20. Misure che tendono a ridurre le assenze per malattia che nel comparto scuola sono piuttosto basse.

I dirigenti scolastici. Il governo ha stretto le maglie non solo per insegnanti e Ata ma anche ai dirigenti scolastici, coinvolti in prima persona nelle operazioni di "razionalizzazione" previste dal decreto. "In mancato raggiungimento degli obiettivi prefissati - recita il provvedimento - comporta l’applicazione delle misure connesse con la responsabilità dirigenziale previste dalla normativa".

La carriera degli insegnanti. Per i docenti si aprono le porte della carriera. Il ddl Aprea prevede una carriera articolata in tre livelli: docente iniziale, ordinario e esperto. Il passaggio da un livello all’altro avviene attraverso concorso interno. Viene istituita la figura del "vice dirigente" e le scuole, che potranno trasformarsi in fondazioni, saranno gestite da un Consiglio di amministrazione.


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lunedì 30 giugno 2008
ore 17:53
(categoria: "Vita Quotidiana")



Morirono bruciati in fabbrica, l’azienda chiede i danni ai familiari
L’accusa: "Usarono il saldatore che era vietato per fare più in fretta"
di GIUSEPPE CAPORALE

SPOLETO - Quattro operai morti sul lavoro ed un’azienda che, a distanza di oltre due anni dal drammatico incidente, chiede ai parenti delle vittime, e all’unico superstite, trentacinque milioni di euro, come risarcimento danni. Tanto pretende la Umbria Olii dai familiari di Tullio Mocchini, Giuseppe Coletti, Wladimir Toder e Maurizio Manili. Trentacinque milioni richiesti a fratelli, figli e genitori.

L’atto legale porta la firma dell’amministratore delegato della società, Giorgio Del Papa, indagato dal giorno seguente la tragedia. Le accuse per il manager sono di disastro colposo con l’aggravante "della colpa con previsione dell’evento", violazione delle norme sulla sicurezza (tra cui l’omissione dolosa dei mezzi di prevenzione) e omicidio colposo plurimo. Secondo la procura di Spoleto, Del Papa sapeva che c’era gas esplosivo (del tipo esano, molto pericoloso) nei silos saltati in aria. E proprio quel gas, per la procura, è la causa di tutto. Per Del Papa, invece, la colpa dell’incidente è da attribuire agli operai.

I quattro, lavoravano per conto di una piccola ditta, che aveva l’appalto per lavori di manutenzione di questo colosso europeo della raffinazione dei prodotti vegetali. Secondo l’azienda, gli operai che quel giorno stavano lavorando all’installazione di una passerella per collegare due silos, avrebbero dovuto sapere che le fiamme ossidriche non potevano essere utilizzate in quell’intervento. E proprio l’uso di un saldatore sarebbe stata la causa, per la difesa, dello scoppio del silos. I quattro saltarono in aria. Dilaniati e carbonizzati. Una tragedia che nel novembre del 2006 scosse l’opinione pubblica, è poi divenuta un vicenda giudiziaria a colpi di perizie.

Da un lato le 250 pagine dei periti della procura (alcuni dei quali gli stessi intervenuti per la vicenda della Thyssen), dove si sostiene la responsabilità della Umbria Olii e la causa scatenante del gas esano. Dall’altra una perizia richiesta dall’azienda al tribunale civile, e affidata ad un consulente locale che riscontra come causa dell’incidente l’uso del saldatore. In quest’ultima perizia si sostiene che pur in presenza del gas esplosivo, se non ci fosse stato l’innesco della fiamma, lo scoppio non si sarebbe mai prodotto. Un errore, scrive il perito, commesso dagli operai "per fretta e stanchezza".

"Se la giustizia consente questo, cos’altro può succedere?" commenta sconsolato, Klaudio Demiri, unico superstite, che al momento dello scoppio era fortunatamente a bordo di una gru. Lui, ancora oggi, vive nell’incubo di quelle tremende sequenze di inferno e fuoco.

Intanto, l’11 luglio il giudice penale deciderà se disporre o meno il processo per Del Papa. A gennaio è fissata l’udienza civile per discutere del risarcimento. Il professor Giovanni Cerquetti, docente di diritto penale generale alla facoltà di giurisprudenza di Perugia, e legale di uno dei familiari delle vittime, parla di "azione irrituale e comunque infondata. Un caso singolarissimo, con azioni civili che espongono chi le ha promosse a quella che il codice di procedura civile definisce come "responsabilità aggravata per lite temeraria"".

Il legale non si riferisce solo alla maxi richiesta di risarcimento, ma anche alla precedente azione civile intentata contro i periti della procura. "Ci troviamo di fronte ad azioni di estrema gravità e sono assolutamente convinto che l’ordinamento possa garantire alle vittime di queste iniziative improvvide, tutte le tutele giuridiche idonee a ripararsi da questo attacco inaudito".


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