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SONDAGGIO: INCENERITORI: CHE NE SAPETE?


Cosa sapete, o credete di sapere, degli inceneritori?



Non m’’interessa
sono l’’unica soluzione possibile, ma il riciclaggio è meglio
Sono l’’unica soluzione possibile, e oltretutto sono vantaggiosi, producendo energia elettrica e teleriscaldamento
Sono solo uno spreco di energia e risorse
Sono uno spreco di energia e risorse oltre al fatto che la cenere va riallocata nelle discariche
Cenere e posto per queste ultime, fumi e diossine, acqua, energia, materie prime riutilizzabili, multe dall’’UE, cip6. Cosa valorizzano, di grazia?

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venerdì 2 gennaio 2009 - ore 16:01


le parole per non dirlo...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Pubblichiamo qui di seguito un articolo del giornalista israeliano Yonatan Mendel, uscito per la London Review of books. Si tratta di un’analisi accurata e critica della comunicazione giornalistica in Israele. Un’analisi che non avremo probabilmente mai il piacere il leggere nei nostri quotidiani che pur si comportano esattamente nello stesso modo descritto da Mendel e che dalle stesse fonti dei colleghi israeliani attingono "notizie" e "definizioni" - si pensi al termine "Hamastan" usatissimo dai nostri giornali in riferimento alla Striscia di Gaza governata da Hamas. Il giornalista sottolinea, inoltre, che "i mezzi d’informazione israeliani preferiscono assumere giornalisti con una conoscenza mediocre dell’arabo": che dire dei nostri giornali e dei nostri colleghi?

Quello di Mendel è un articolo che impone una riflessione: se in Israele, quando si parla di Palestina e di palestinesi, non c’è libertà di informazione perché la strategia bellica israeliana vuole così, qual è la giustificazione che potrebbero esibire i nostri media per la nostra mancanza di libertà di informazione? Siamo anche noi "coinvolti in un conflitto con i palestinesi"? Siamo anche noi "potenza occupante"?

O siamo solo abituati a rispondere di sì a tutte le richieste di potenti paesi amici, scodinzolando felici?


Le parole per non dirlo

I palestinesi sequestrano, aggrediscono, uccidono. I militari di Tel Aviv arrestano, reagiscono, sgombrano. Un giornalista israeliano analizza come la stampa del suo paese parla del conflitto



Le parole per non dirlo

I palestinesi sequestrano, aggrediscono, uccidono. I militari di Tel Aviv arrestano, reagiscono, sgombrano. Un giornalista israeliano analizza come la stampa del suo paese parla del conflitto



Yonatan Mendel, London Review of books, Gran Bretagna



da Internazionale 736, 21 marzo 2008



Nel 2007 ho provato a farmi assumere dal quotidiano israeliano Maariv come corrispondente dai Territori occupati. Oltre a parlare arabo e ad aver insegnato nelle scuole palestinesi, avevo partecipato a molti progetti congiunti israelo-palestinesi. Durante il colloquio con il direttore mi ha chiesto come potevo pensare di essere obiettivo: avevo trascorso troppo tempo con i palestinesi, quindi sicuramente avevo un pregiudizio favorevole nei loro confronti. Così non ho avuto il posto.

Il colloquio successivo l’ho fatto con Walla, il sito web più frequentato di Israele. Quella volta mi è andata bene e sono diventato il corrispondente di Walla dal Medioriente. Non mi ci è voluto molto a capire cosa voleva dire Tamar Liebes, direttrice dello Smart Institute of Communication della Hebrew University, quando affrmava: "I giornalisti e gli editori si comportano come degli attivisti del movimento sionista e non come osservatori esterni".

Con questo non voglio dire che i giornalisti israeliani manchino di professionalità. Giornali, tv e radio denunciano con una determinazione lodevole la corruzione, la decadenza sociale e la disonestà dilaganti. Il fatto che gli israeliani abbiano saputo quello che ha fatto l’ex presidente Moshe Katsav con le sue segretarie dimostra che i mezzi d’informazione del paese fanno il loro dovere anche a rischio di suscitare scandali. Gli intrallazzi di Ehud Olmert per l’acquisto di un appartamento, le relazioni clandestine di Benyamin Netanyahu, il conto segreto aperto da Yitzhak Rabin in una banca statunitense sono tutti argomenti che la stampa israeliana ha trattato con la massima libertà. (mi ricorda qualcosa... ma noi i politici non li disturbiamo... meglio feticciare con i cadaveri)


Altrettanta libertà non esiste invece sulle questioni che riguardano la sicurezza. In quel caso, ci siamo "noi" e "loro", le forze armate israeliane e il "nemico". Le valutazioni di ordine militare - le uniche consentite - sovrastano qualsiasi altro discorso. Il problema non è che i giornalisti israeliani obbediscono a degli ordini o si attengano ad un codice scritto: è solo che si fidano delle forze di sicurezza del paese.

Nella maggior parte degli articoli sul conflitto arabo-palestinese si contrappongono due schieramenti: da una parte le Forze di difesa israeliane (Idf) e dall’altra i palestinesi. Quando si parla di uno scontro violento, le Idf confermano oppure l’esercito dichiara, mentre i palestinesi sostengono: "I palestinesi sostengono che negli scontri a fuoco con le Idf è stato gravemente ferito un neonato". Sono invenzioni? "I palestinesi sostengono di essere stati minacciati dai coloni israeliani".

Ma chi sono questi palestinesi? L’intero popolo palestinese, gli arabi israeliani, gli abitanti della Cisgiordania e della Striscia di Gaza, quelli che vivono nei campi profughi dei paesi confinanti, quelli della diaspora? Perché un articolo parla di una tesi sostenuta dai palestinesi?


Perché non si cita quasi mai un nome, un ufficio, un’organizzazione, insomma una qualsiasi fonte a cui attribuire le dichiarazioni? Forse perché questo le farebbe apparire più credibili?

Quando i palesinesi non sostengono nulla, il loro punto di vista rimane semplicemente inascoltato.


Il Centro per la difesa della democrazia in Israele (Keshev) ha analizzato il modo in cui le principali tv e i grandi giornali israeliani hanno parlato delle vittime palestinesi nel dicembre del 2005.

Risultato: in 48 articoli si dava notizia della morte di 22 palestinesi, ma solo in otto si riportava anche una dichiarazione dei palestinesi, oltre alla versione dell’esercito israeliano. Negli altri quaranta articoli la notizia era data solo dal punto di vista delle Idf.

Un altro esempio: secondo la stampa israeliana, nel giugno del 2006 - quattro giorni dopo il rapimento del soldato Gilad Shalit nel versante israeliano della barriera di sicurezza che circonda Gaza - Israele ha arrestato una sessantina di militari di Hamas, di cui trenta erano parlamentari e otto erano militari del governo palestinese.

Con un’operazione accuratamente pianificata Israele ha catturato e imprigionato il ministro palestinese per gli affari di Gerusalemme, i ministeri delle finanze, dell’istruzione, degli affari religiosi e di quelli strategici, dell’interno, dell’edilizia e degli istituti carcerari, nonchè i sindaci di Betlemme, di Jenin e di Qalqilya, più il presidente del parlamento palestinese e un quarto dei suoi deputati. Il fatto che questi alti funzionari siano stati prelevati dai loro letti in piena notte e trasferiti in territorio israeliano non era un rapimento. Israele non rapisce: Israele arresta.


L’esercito israeliano non uccide quasi mai nessuno intenzionalmente, figurarsi se commette un assassinio. Anche quando sgancia una bomba da una tonnellata su una zona di Gaza densamente popolata, provocando la morte di un uomo armato e di 14 civili innocenti tra cui 9 bambini, non si tratta di un’uccisione intenzionale o di un assassinio, ma di un omicidio mirato. Un giornalista israeliano può dire che i militari delle Idf hanno colpito dei palestinesi, o li hanno uccisi, o uccisi per errore, e che i palestinesi sono stati colpiti, o uccisi, o perfino che hanno trovato la morte (come se l’avessero cercata), ma non scriverà mai che sono stati assassinati.
Qualunque termine si voglia usare, resta il fatto che dall’inizio della seconda intifada sono morti per mano delle Idf 2087 palestinesi che non avevano niente a che fare con la lotta armata.

Per come le dipingono i mezzi di informazione israeliani, le Idf hanno anche un’altra strana caratteristica: non sono mai loro che cominciano, decidono o lanciano un’operazione. Le Idf si limitano a reagire. Reagiscono ai lanci di razzi, reagiscono agli attentati terroristici, reagiscono alle violenza dei palestinesi. Così tutto sembra molto più civile e ordinato: le forze armate israeliane sono costrette a ingaggiare dei combattimenti, a distruggere case, a sparare ai palestinesi (uccidendone 4.485 in sette anni), ma i soldati non sono responsabili di nessuno di questi fatti. Si trovano davanti a un nemico insidioso e, com’è doveroso, reagiscono. Il fatto che le loro operazioni (il coprifuoco, gli arresti, le sparatorie, le uccisioni) siano la prima causa delle reazioni dei palestinesi, alla stampa israeliana non interessa. Dato che ai palestinesi non è dato reagire, i giornalisti israeliani usano un altro vocabolario: vendicare, provocare, aggredire, incitare, lanciare pietre o sparare razzi Qassam.

Nel giugno del 2007, intervistando Abu Qusay, portavoce delle Brigate di Aqsa a Gaza, gli ho chiesto perché fossero stati lanciati dei razzi Qassam contro la cittadina israeliana di Sderot: "L’esercito potrebbe reagire", ho osservato senza rendermi conto che le mie parole contenevano già un pregiudizio. "Ma la nostra è una reazione", ha obiettato Abu Qusay. "Noi non siamo terroristi, non abbiamo intenzione di uccidere. Resistiamo alle continue incursioni dell’esercito israeliano in Cisgiordania, alle sue aggressioni, all’assedio alle nostre risorse idriche, alla chiusura dei nostri territori". Le parole di Abu Qusay sono state tradotte in ebraico, ma l’esercito israeliano ha continuato a penetrare in Cisgiordania ogni notte. In fin dei conti, era solo una reazione.

In un periodo in cui i raid israeliani contro Gaza erano frequenti, ho chiesto ad alcuni colleghi: "Se un palestinese armato varca il confine, entra in Israele, arriva a Tel Aviv e si mette a sparare alla gente per la strada, lui sarà il terrorista e noi le vittime, giusto? Ma se le forze armate israeliane varcano il confine, penetrano nella Striscia di Gaza per chilometri con i loro mezzi corazzati e cominciano a sparare ai palestinesi armati, chi sarà il terrorista e chi il difensore della sua terra?

Perché i palestinesi che abitano nei Territori occupati non hanno mai il diritto di praticare l’autodifesa, mentre l’esercito israeliano difende il paese?"

Uno dei grafici del giornale, il mio amico Shai, mi ha chiarito come stanno le cose: "Se tu vai a Gaza e ti metti a sparare a casaccio alle persone, sei un terrorista. Ma quando lo fa l’esercito, è un’operazione per la sicurezza di Israele: è l’attuazione di una decisione del governo!".

Dei tipi resistenti

Un’altra interessante distinzione tra loro e noi è emersa quando Hamas ha chiesto il rilascio di 450 militanti prigionieri in cambio del soldato Gilad Shalit. Israele ha annunciato che ne avrebbe liberato alcuni ma non quelli con le mani sporche di sangue. Sono sempre i palestinesi, mai gli israeliani ad avere le mani sporche di sangue. Il che non significa che un ebreo non possa uccidere un arabo: ma anche se lo fa non avrà mai le mani sporche di sangue. E se viene arrestato sarà scarcerato dopo qualche anno. Per non parlare di quegli israeliani che si sono sporcati le mani di sangue e poi sono diventati primi ministri.

Noi israeliani non solo siamo più innocenti quando uccidiamo: siamo anche più sensibili quando ci fanno del male. Ecco come suona una tipica descrizione del missile Qassam che colpisce Sderot:

"Un Qassam è caduto nei pressi di un edificio abitato da civili. Tre israeliani sono rimasti lievemente feriti e altri dieci sono in stato di shock". Non bisogna sottovalutare queste conseguenze: un missile che colpisce una casa in piena notte può effettivamente provocare un forte shock. Ma lo shock è solo per gli ebrei. I palestinesi, a quanto pare, sono molto resistenti.

Le Idf - invidia di tutti gli altri eserciti del mondo - uccidono solo le persone importanti. "Un altro esponente di Hamas", sulla stampa israeliana, è diventato quasi un ritornello. Gli esponenti minori di Hamas o non si trovano oppure non vengono mai uccisi. Shlomi Eldar, che fa il corrispondente da Gaza per conto di una rete televisiva israeliana, ha coraggiosamente affrontato il fenomeno nel suo libro del 2005 Eyeless in Gaza (A Gaza senza occhi). Nel 2003, quando è stato assassinato Riyad Abu Zaid, la stampa israeliana ha riportato il comunicato stampa dell’esercito secondo cui il morto era capo dell’ala militare di Hamas nella Striscia di Gaza. Eldar, che è uno dei pochi giornalisti investigativi israeliani, ha poi scoperto che in realtà si trattava semplicemente del segretario dell’associazione dei prigionieri di Hamas. "E’ una delle tante occasioni in cui Israele ha promosso sul campo un militante palestinese", ha commentato Eldar.

"Dopo ogni assassinio mirato, qualsiasi militante di base viene elevato al rango di capo". Questo fenomeno per cui i comunicati delle forze armate diventano direttamente notizie è frutto sia dello scarso accesso alle informazioni sia della scarsa volontà dei giornalisti di cogliere in fallo i militari o di denunciarli come criminali. "Le Idf sono in azione a Gaza" (o a Jenin o a Tulkarem o a Hebron) è la formula usata dall’esercito e ripetuta dalla stampa. Perché rattristare i lettori? Perché raccontargli quello che fanno i soldati, descrivere il terrore che seminano, il fatto che arrivano armati a bordo di veicoli pesanti e soffocano la vita di una città, suscitando ancora più odio, dolore e desiderio di vendetta?

A febbraio scorso, uno dei provvedimenti contro il lancio di razzi Qassam verso Israele è stato di tagliare la corrente a Gaza per qualche ora al giorno. Anche se questo comporta, tra l’altro, la mancata erogazione di elettricità agli ospedali, è stato scritto che "il governo israeliano ha deciso di approvare questo provvedimento considerandolo un’arma non letale".

Un’altra operazione che i militari effettuano spesso è lo sgombero, in ebraico khisuf. Khisuf significa precisamente "mettere a nudo qualcosa di nascosto", ma nell’uso che ne fanno le forze armate assume il significato di ripulire una zona che potenzialmente può offrire riparo ai ribelli palestinesi.

Nel corso dell’ultima intifada, le ruspe israeliane hanno abbattuto migliaia di case palestinesi, sradicato migliaia di alberi, ridotto in macerie migliaia di serre. Meglio sapere che l’esercito ha sgomberto il posto, invece di guardare in faccia la realtà: le forze armate israeliane distruggono le proprietà, l’orgoglio e la speranza dei palestinesi.

Allo stesso modo, le zone di guerra sono i luoghi in cui i palestinesi possono restare uccisi anche se sono bambini ma non sanno di essere entrati in una zona di guerra. A proposito: tendenzialmente, i bambini palestinesi sono promossi ad adolescenti palestinesi, soprattutto quando vengono uccisi accidentalmente. Altri esempi? Gli avamposti israeliani in Cisgiordania sono definiti avamposti illegali, forse per distinguerli dagli insediamenti israeliani, che a quanto pare sono legali. E ancora: l’Olp viene sempre designato con la sigla ebraica, Ashaf, e mai con la sua denominazione completa.

La parola Palestina non si usa quasi mai: esiste un presidente palestinese, ma non un presidente della Palestina.

Negare la realtà

"Una società in crisi si reinventa un nuovo vocabolario", ha scritto David Grossman, "e pian piano sviluppa una nuova varietà di parole che non descrivono la realtà ma piuttosto cercano di nasconderla". La stampa israeliana ha adottato questa "nuova lingua" spontaneamente, ma chi fosse in cerca di direttive ufficiali può trovarle nel rapporto Nakdi, scritto dall’Autorità israeliana per le trasmissioni radiotelevisive. Il documento, redatto nel 1972 e aggiornato per tre volte, doveva servire a "esporre chiaramente alcune delle norme deontologiche che governano la professione giornalistica". Tra queste c’era il divieto di usare l’espressione Gerusalemme est. Ma le restrizioni non si limitano alla geografia.

Il 20 maggio 2006 la rete tv più seguita di Israele, Canale 2, ha dato la notizia di "un altro omicidio mirato a Gaza, un omicidio che potrà forse fermare i lanci di razzi Qassam" (negli omicidi mirati sono morte almeno 376 persone, tra cui 150 civili che non erano i bersagli designati). In studio c’era il corrispondente israeliano ed esperto di questioni arabe, Ehud Ya’ari, che ha affermato: "L’ucciso è Muhammad Dahdouh, della Jihad islamica. Questo episodio fa parte dell’altra guerra in corso, una guerra che mira a sfoltire le fila di quelli che lanciano razzi Qassam". Né Ya’ari né il portavoce delle forze armate si sono dati la pena di riferire che nell’operazione erano rimasti uccisi anche quattro civili palestinesi innocenti e altri tre erano stati gravemente feriti, tra cui una bambina di cinque anni, Maria, che è rimasta paralizzata.

Un altro aspetto interessante è che da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia di Gaza, uno dei nuovi termini dispregiativi usati dai mezzi d’informazione israeliani è Hamastan. E i movimenti come Hamas o il libanese Hezbollah sono definiti organizzazioni, e non movimenti o partiti politici.

Anche il termine arabo Intifada, rivolta, è usato senza mai spiegarne il significato.

A febbraio ho fatto un’esperienza curiosa: ho studiato le reazioni dei giornali all’assassinio, in Siria, di Imad Moughniyeh. In quell’occasione si è assistito a una specie di gara in cui ciascuno cercava di indicare il morto con una definizione più efficace di quella scelta dagli altri: ultraterrorista, maestro dei terroristi, il più grande terrorista sulla Terra. Ci sono voluti molti giorni prima che la stampa israeliana smettesse di inneggiare agli assassini di Moughniyeh e cominciasse a fare quello che avrebbe dovuto fare fin dal primo momento, cioè sollevare degli interrogativi sulle conseguenze di quell’uccisione.

Com’è ovvio, i corrispondenti israeliani che si occupano del mondo arabo devono parlare arabo e devono conoscere a fondo la storia e la politica del Medio Oriente. E poi, devono essere ebrei.

Stranamente però, i mezzi d’informazione israeliani preferiscono assumere giornalisti con una conoscenza mediocre dell’arabo, invece di reporter madrelingua, perché in questo caso si tratterebbe certamente di arabo-israeliani.

Se le parole occupazione, apartheid e razzismo (figuriamoci poi palestinesi con cittadinanza israeliana, bantustan, pulizia etnica e nakba) sono completamente assenti dai loro discorsi pubblici, gli israeliani possono passare tutta la vita senza conoscere la realtà in cui vivono. Prendiamo per esempio il razzismo, in ebraico giz’anut. Se una legge del parlamento israeliano prescrive che il 13 per cento dei terreni del paese può essere venduto esclusivamente ad acquirenti ebrei, il parlamento è razzista. Se in sessant’anni il paese ha avuto un unico ministro arabo, allora Israele ha avuto dei governi razzisti. Se in sessant’anni di manifestazioni i proiettili di gomma e le munizioni sono stati usati solo contro i manifestanti arabi, vuol dire che Israele ha una polizia razzista. Se il 75 per cento degli israeliani ammette che non vorrebbe avere un arabo per vicino di casa, allora la società israeliana è razzista. Se non si riconosce apertamente che Israele è un paese dove le relazioni tra gli ebrei e gli arabi sono segnate dal razzismo, sarà impossibile per gli ebrei israeliani affrontare la realtà. Lo stesso atteggiamento di negazione dell’evidenza si riscontra nella tendenza a evitare il termine apartheid. Per gli israeliani è molto difficile usarlo perché il termine si riferisce al Sudafrica bianco. Questo non significa che oggi nei Territori occupati ci sia un regime identico a quello del Sudafrica razzista.

Ma per instaurare un regime di apartheid non occorre che ci siano delle panchine pubbliche riservate ai bianchi. In fin dei conti apartheid significa separazione, e se nei Territori occupati i coloni israeliani hanno una strada solo per loro, mentre i palestinesi sono costretti a usare strade alternative o addirittura dei tunnel, significa che il sistema stradale è all’insegna dell’apartheid.

Se il muro di sperazione costruito sulle terre confiscate agli abitanti della Cisgiordania separa le persone, allora è un muro dell’apartheid.

Se nei Territori occupati esistono due sistemi giudiziari, uno per i coloni ebrei e l’altro per i palestinesi, allora siamo di fronte a una giustizia dell’apartheid.

Nei ranghi

Ma veniamo proprio ai Territori occupati. Sembra incredibile, ma in Israele non ci sono Territori occupati. Questo termine viene usato di tanto in tanto da qualche politico o commentatore di sinistra, ma non compare mai nelle pagine di politica. In passato si diceva Territori amministrati, per nascondere il fatto che si trattasse di un’occupazione. Poi si è passati a chiamarli Giudea o Sanmaria.

Oggi i mezzi di informazione israeliani li chiamano i Territori. Questo termine serve a confermare l’idea che gli ebrei sono le vittime, quelli che agiscono soltanto per autodifesa, la metà morale dell’equazione, mentre i palestinesi sono gli attaccanti, i cattivi, quelli che sparano senza ragione. A spiegare questo stato di cose basta un semplice esempio: "Un cittadino dei Territori è stato catturato mentre faceva entrare illegalmente delle armi". Per il cittadino di un territorio occupato, potrebbe forse avere un senso cercare di resistere all’occupante, ma per chi è solo cittadino dei Territori la cosa è del tutto priva di senso.

I giornalisti israeliani non sono embedded e nessuno gli ha chiesto di convincere l’opinione pubblica che la politica militare di Israele sia buona. Quindi le loro restrizioni linguistiche sono una scelta volontaria, quasi inconsapevole, e per questo ancora più pericolosa. Eppure, la maggioranza degli israeliani giudica i mezzi d’informazione del paese troppo di sinistra e non abbastanza patriottici. E il giudizio sulla stampa straniera è anche peggiore. Durante l’ultima Intifada, Avraham Hirschson, che era ministro delle finanze, ha chiesto di sospendere le trasmissioni della Cnn da Israele, accusandola di "programmi non equilibrati e tendenziosi: una campagna per istigare alla rivolta contro Israele".

Tutti i maschi israeliani devono fare ogni anno un mese di servizio militare come riservisti finché non compiono cinquant’anni. "I civili israeliani", ha affermato un ex capo di stato maggiore, "sono dei soldati con undici mesi di congedo all’anno". La stampa israeliana, invece, non si prende neanche un giorno di congedo.

Le parole per non dirlo - Internazionale 736, 21 marzo 2008

LEGGI I COMMENTI (2) - PERMALINK



venerdì 2 gennaio 2009 - ore 15:57


Unofficial...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Non c’è ordine cronologico negli articoli riportati, solo un insieme di fatti...

In particolare segnalo "le parole per non dirlo", l’ultimo articolo che ho riportato... chissà perchè, ma mi sembra storia già sentita..


DUE AGOSTO
Ramallah - Infopal. E’ morto Yousef Ahmad Younes Amira, il ragazzo di 17 anni ferito la settimana scorsa dai soldati israeliane durante?la manifestazione di Nil’in.

Ne hanno dato notizia oggi fonti mediche palestinesi. Il giovane era rimasto ferito dai proiettili di gomma (con interno di acciaio, ndr) sparati dall’esercito israeliano contro il corteo nonviolento che aveva sfilato contro il Muro di Annessione.


Sempre a Nil’in e sempre durante un corteo nonviolento, l’esercito israeliano aveva?ucciso un bambino di 12 anni,?Ahmad Husam Yousef Musa.

31 dicembre 2008
Condannare le «due parti»: peggio degli assassini!

Barak, Olmert, Livni e Ashkenazi un giorno dovranno rispondere di crimini di guerra davanti a una corte di giustizia, come altri criminali. Di conseguenza, è nostro dovere informare sui loro atti e dichiarazioni per essere sicuri che paghino per i massacri che hanno ordinato e commesso.

Ma un’altra categoria di criminali potrebbe sfuggire ai tribunali. Questi non si sporcano le mani del sangue dei civili, ma forniscono le giustificazioni intellettuali e pseudo morali agli assassini. Formano l’unità di propaganda del governo e dell’esercito di assassini.

Gli scrittori israeliani Amos Oz e A. B. Yehoshua sono gli esempi tipici di simili miserabili intellettuali, e non è la prima volta! Ad ogni guerra si offrono volontari nello sforzo militare israeliano, senza neanche l’arruolamento ufficiale. Il loro primo compito è quello di fornire delle giustificazioni all’offensiva israeliana, poi, in un secondo tempo, piangono la verginità perduta e accusano il campo avverso di averci costretto ad essere brutali.

La giustificazione fornita da Oz sul Corriere della Sera e da Yehoshua su La Stampa è chiaramente di dover reagire ai missili su Sderot, come su tutto fosse iniziato con questi missili: «Ho dovuto spiegare agli italiani – scrive Yehoshua su Haaretz del 30 dicembre 2008 – perché l’azione israeliana era necessaria…»

Yehoshua e Oz hanno dimenticato i 19 mesi di brutale assedio israeliano imposto a un milione e mezzo di esseri umani, privandoli delle forniture più elementari. Hanno dimenticato il boicottaggio israeliano e internazionale verso il governo palestinese democraticamente eletto. Hanno dimenticato l’isolamento forzata tra Gaza e la Cisgiordania, separazione imposta per isolare e punire la popolazione di Gaza per la sua scelta democratica scorretta.

Dopo aver scelto di riscrivere la cronologia degli eventi, Oz e Yehoshua usano l’argomento della simmetria: la violenza è usata dalle due parti e ci sono vittime innocenti a Gaza come in Israele. In effetti, ogni civile ucciso è una vittima innocente. Allo stesso tempo, la cronologia e i numeri non sono fuori luogo: 3 civili israeliani sono stati uccisi nel sud di Israele, ma solo dopo che l’aviazione israeliana aveva messo in atto il massacro pianificato nel centro della città di Gaza, ammazzandone oltre 300.

Questa posizione degli intellettuali più noti di Israele serve da giustificazione morale al sostegno che il partito della sinistra sionista Meretz offre all’aggressione criminale del ministro della difesa Barak. A tempo debito anche Meretz esprimerà la sua opposizione alle uccisioni, ossia quando la comunità internazionale esprimerà la propria preoccupazione per le colpe di Israele. Per il momento questa comunità internazionale resta silenziosa e sembra anche felice del contributo israeliano alla propria santa crociata contro la minaccia islamica globale.

Per dimostrare preoccupazione, l’Europa invia un’assistenza sanitaria (simbolica) alla popolazione di Gaza. Sentendo il ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner sostenere l’azione israeliana, mentre annuncia la decisione di inviare generi umanitari a Gaza, non ho potuto fare a meno di ricordare le informazioni sulle delegazioni della Croce Rossa Internazionale che avevano visitato i campi di sterminio nazisti con cioccolata e biscotti. So che non è la stessa cosa, ma nessuno può determinare le associazioni mentali.

Bernard Kouchner ha comunque una circostanza attenuante: i regimi arabi, in particolare quello di Hosni Mubarak, sostengono l’aggressione israeliana. E anch’essi manderanno cioccolato e biscotti ai bambini di Gaza, salvo, ovviamente, a quelli che giacciono morti all’ospedale di Shifa.

Michel Warschawski

Alternative Information Center – Beit Sahour/Gerusalemme


21 agosto

Hebron

’Respinto come un cane’. Vita quotidiana di famiglie palestinesi...

Di Gideon Levy

Haaretz, 21/08/2008

Nelle colline a sud di Hebron, dove non vale alcuna legge, la situazione, come al solito, è senza controllo: i coloni continuano ad attaccare i figli dei pastori con mazze e pietre, per rubare le pecore e rendere loro la vita impossibile, mentre la polizia di Israele continua a trattare male chiunque tenti di presentare un reclamo contro i coloni in questione.

I coloni di Beit Yatir e di Susia hanno preso di mira i figli ed il gregge di Mahmoud Abu Kabaita. Ma Mahmoud è stato lasciato al sole cocente per quattro ore, fuori dal commissariato di Kiryat Arba, prima che gli concedessero il permesso di entrare. Alcuni dei figli di Abu Awad soffrono di una grave malattia della pelle, e la sua famiglia è già stata vittima di un pogrom crudele da parte dei coloni di Asael, come ho descritto su questo giornale tre settimane fa. I parenti, dopo aver atteso fuori dal commissariato per due ore, se ne sono andati senza presentare reclamo, dopo che, sabato scorso, erano
stati nuovamente attaccati. Questo è il modo in cui la polizia di Israele, qui, applica la legge.

Dopo che avevo scritto in questa rubrica degli Abu Awad, le cui povere cose – tutte – erano state distrutte e saccheggiate dai manifestanti di Asael, alcuni lettori si erano offerti di aiutare la famiglia, squattrinata. Un personaggio importante, ben noto nell’establishment politico, non necessariamente di sinistra, e che ha voluto restare anonimo, ha dato alla famiglia un contributo finanziario personale, considerato ingente, per gli standard locali.
C’è stata una gran gioia nel misero accampamento, ma è durata poco: sabato scorso i ragazzini e le pecore sono stati attaccati di nuovo da quelli di Asael. Uno splendido modo di accogliere la “sposa del sabato”(2), come è d’uso tutte le settimane.

Nemmeno gli Abu Kabaita, che, per decreto israeliano, avrebbero dovuto vivere fuori dalla barriera di sicurezza, adiacente a Beit Yatir, hanno avuto molta fortuna. Sono stati anche attaccati da manifestanti della vicina colonia, e pure trattati male dalla polizia di Israele, che, si presuppone, dovrebbe proteggerli.

Esiste quindi, ad un’ora e mezza di distanza da Tel Aviv, una regione con le sue regole: i coloni si scatenano quanto loro aggrada e la polizia, che non alza un dito, tratta pure male le vittime, quando vogliono presentare un reclamo. Nelle scorse settimane, come tutti
sanno, per qualche motivo le violenze sono aumentate, ma per la polizia tutto va come al solito.

Di fronte al nuovo posto di blocco, fra antenne e turbine eoliche, vive la famiglia Abu Kabaita: madre, padre, 13 figli, due nonne (una di 97 anni), e, naturalmente, pecore e capre. Abitano qui dal 1948: palestinesi che vivono in un recinto ben tenuto di tettoie, tende e strutture in pietra, alcune delle quali sono state demolite da Israele.

All’ombra di un albero di datteri vi sono diverse sedie di plastica; uno dei ragazzini, che raccoglie i datteri, li serve con tazzine di infuso di salvia. Il padre, Mahmoud, racconta le sue tribolazioni. Ha 40 anni; è nato qui, sulle terre di proprietà privata, registrate a
nome della propria famiglia sin dall’epoca del dominio turco. Non tiene i documenti ufficiali nel recinto; sa già che il rischio è che i coloni, e forse anche la polizia e l’esercito, li confischino.
Porta un berretto da baseball al contrario, parla bene l’ebraico, e sembra un israeliano. Nel recinto è parcheggiato un trattore Ferguson nuovo, ma deve lasciare l’auto, una vecchia Subaru, dall’altra parte della barriera di separazione e del posto di blocco sul pendio, a diverse centinaia di metri da casa; ha il divieto di portarla più vicino. Israele ha costruito la barriera in modo che Beit Yatir resti in territorio israeliano, insieme ad alcuni dei vicini palestinesi.

Può essere un bene per i coloni, ma per gli Abu Kabaita il nuovo posto di blocco ha solo annunciato nuovi problemi: per andare a scuola, i ragazzini devono attraversarlo tutti i giorni; così pure Mahmoud, per comprare mangime per le pecore o vendere una bestia del gregge, per comprare una bombola del gas o altri prodotti. A volte i soldati gli permettono di passare, altre volte no. Quando vuole vendere pecore nella vicina Yata, i soldati gli permettono di portarne fuori solo due per volta: proprio così. Ogni passaggio, per sé e per i figli, dipende dalla buona volontà del soldato al posto di blocco: se lo desidera, li lascia attraversre; altrimenti, no.

Abu Kabaita: “Vado in trattore a Yata a prendere l’acqua. Se i soldati sono gentili mi lasciano passare, altrimenti devo andare per i campi per tre ore, lungo un percorso che bypassa il posto di blocco. Dipende tutto dal tipo di soldato che c’è”. Aggiunge che a
sua sorella, ed ad altri familiari che stanno dal lato opposto, non è proprio permesso andarlo a trovare.

Anche il sentiero per la terra da pascolo, privata, degli Abu Kabaita, è ad ostacoli: passa entro il confine di Beit Yatir. Questo è pure la fonte di costanti attriti: i ragazzini dei coloni lanciano talvolta pietre ai figli dei pastori, quando attraversano la colonia.
A volte i coloni tentano anche di rubare le pecore o di investirle, come è avvenuto il primo agosto.

La famiglia ha 200 capi di bestiame; ora riposano, nella calura estiva, distesi nel recinto. Quando è stata fondata Beit Yatir, alla fine degli anni ’80, è iniziata la guerra per i terreni. Abu Kabaita non si è dato per vinto, si è imbarcato in una battaglia legale sfibrante, ed è rimasto sulla sua terra. Beit Yatir è stata costretta ad espandersi in una direzione diversa: non sul suo terreno, adiacente alla barriera intorno alla colonia. Pure la barriera qui è
di dubbia legalità, dato che passa nel terreno di Abu Kabaita; pastore e figli entrano nell’area da pascolo attraverso una sua apertura. Il tetto di lamiera della casa di famiglia è coperto da piccole pietre, che i figli dei coloni talvolta vi lanciano contro.

“Non siamo viziati”, spiega Abu Kabaita. “Siamo nati in grotte, e siamo abituati ad una vita dura. Per noi non è un problema: i nostri genitori ci hanno abituati, e anch’io costringo i miei figli ad abituarvisi. Sono solo i coloni a rovinarci, a distruggerci la vita.
Siamo cresciuti così. Ci piaceva questa situazione, ci piace essere nella natura in condizioni difficili – fatta eccezione per i coloni, che sono venuti a stare nei nostri terreni. Hanno rovinato le cose.
Vogliamo solo continuare a vivere la nostra vita; tutto lì. E speriamo che i coloni smettano di causarci problemi: ci impediscono di vivere”.

Ora si toglie di tasca un pacchetto ripiegato di documenti, a conferma dei reclami che è riuscito a presentare alla polizia, contro gli attacchi dei vicini. “Quando arrivo al commissariato, mi vedono, e chiudono il cancello. Perdo l’intera giornata, lì; se vado a
presentare un reclamo, devo passare un giorno intero al sole. Questo è quel che è capitato l’ultima volta. Sono stato lì, respinto come un cane. Premo sui tasti, parlo al citofono; rispondono che mi faranno entrare subito, e non capita alcunché”.

L’ultima volta che ha cercato di presentare un reclamo, il 4 agosto, dopo esser stato a cuocere per ore nella calura, sono arrivati rappresentanti della Presenza Internazionale Temporanea a Hebron, protestando perché non lo lasciavano entrare. Nemmeno questo è servito; è rimasto fuori. “Mi hanno lasciato entrare alle due del pomeriggio”, spiega; “ero arrivato lì alle dieci di mattina, ed ho dovuto aspettare fino alle cinque e mezza prima di poter presentare il reclamo. Anche dopo averlo fatto, mi sono accorto che i poliziotti
non si occupavano adeguatamente di me, e che l’agente non aveva preso nota di quel che avevo detto”.

Quella volta, al reclamo era stato assegnato il numero 309765/2008.
Fra i molti documenti che mostrano prova dei reclami, rispetto ai quali nulla è stato fatto, ha anche una fotografia presa clandestinamente una volta; mostra un colono di Beit Yatir, che, secondo Abu Kabaita, è quello violento: è vestito di bianco, con una grossa kippà bianca in testa, una lunga barba, e si copre il volto con le mani, per non essere identificato mentre scappa.

Danny Poleg, portavoce e vicecomandante del Distretto di Polizia di Giudea e Samaria, scrive: “1. Il sig. Mahmoud Abu Kabaita ha effettivamente presentato un reclamo al commissariato di Hebron il 4 agosto: sono in corso indagini. 2. A riguardo del tempo che ha aspettato, non ci sono prove concrete a dimostrare quanto afferma.
Andrebbe notato che la polizia di Hebron sorveglia continuamente ed attentamente i cancelli del commissariato, pure con una TV a circuito chiuso, per determinare se ci sono querelanti, o altri, che necessitano del servizio. 3. Al cancello dell’ingresso a cui si
ricevono i palestinesi c’è un telefono, con l’elenco degli interni e dei segni rilevanti. 4. Malgrado tutto ciò, e in risposta alla sua richiesta, il comandante del distretto di Hebron ha ordinato di chiarire la questione all’interno dello staff. 5. La polizia del distretto di Hebron ha il compito di fornire un servizio professionale, di alta qualità, e soprattutto pronto, alla
popolazione della zona”.

Era il primo agosto, al crepuscolo; i suoi due figli, Bilal, di undici anni, e Saghr, di otto, tornavano a casa con le pecore dal pascolo oltre Beit Yatir. C’era un gruppo di figli dei coloni, che giocavano alla guerra. Hanno tormentato Bilal e Saghr, tirando loro contro palle di vernice; questo è quel che narra Abu Kabaita. Era un gruppo di giovani di Susia, spiega, con qualcun altro di Beit Yatir.
“Hanno cominciato a lanciare quelle bombe di vernice contro i nostri bambini, che, spaventati, sono fuggiti”, racconta.

Bilal è rimasto a distanza, per controllare le pecore, mentre Saghr è corso a casa. Il padre, che a quell’ora era nell’oliveto, ha lasciato tutto per correre verso il gregge, incontro ad un altro ragazzino pastore, che era rimasto indietro. Una volta arrivato, ha visto circa
10 giovani, che non mollavano diverse pecore. Accanto al gruppo era parcheggiata un’auto bianca. Cinque animali, fra capre e pecore, erano già legati ad alberi del bosco.

“Volevo avvicinarmi, per chiedere: perché rubate le nostre pecore? Ma sono molto fanatici, e mi hanno intimato di andarmente immediatamente. Non ho visto Bilal, e neppure le pecore. Dov’era Bilal? Dove’erano le bestie? Avevo paura. Ho telefonato al numero di
emergenza, il 100. Nessuna risposta. Cominciava a far buio. Siamo al buio da soli, questi imprecano urlando, e sono preoccupato per mio figlio e per le pecore”.

Ha telefonato all’Ufficio dell’ONU per il Coordinamento delle Questioni Umanitarie a Hebron. Da lì l’hanno indirizzato a B’Tselem, l’organizzazione per i diritti umani. Il coordinatore della ricerca di B’Tselem, Najib Abu Rakia, insieme a Musa Abu Hashhash, operatore sul campo del distretto, hanno chiamato l’Esercito di Israele e la polizia, perché si recassero sul posto. L’Esercito è arrivato, la polizia no.

Quando è giunta la jeep dell’Esercito i coloni sono scappati, lasciando indietro il gregge. I soldati, tuttavia, non hanno detto una parola ad Abu Kabaita, ed hanno lasciato il luogo. Abu Kabaita e Bilal hanno slegato capre e pecore, tornando a casa alla sera tardi
con il gregge; stanchi, ma soprattutto spaventati.

Da allora, Bilal e Saghr hanno rifiutato di andare da soli nel pascolo oltre Beit Yatir; il padre deve accompagnarli tutti i giorni, sperando che tornino a casa sani e salvi. Ora è molto preoccupato per la sorte dei figli e del suo gregge. Si accorge pure che, negli
ultimi tempi, la violenza da parte dei coloni si è intensificata.

Abu Kabaita: “Ho abituato i bambini a non aver paura, e spero che non capiti più. Non voglio dire che tutta Beit Yatir sia così. Non tutti, nella colonia, sono ladri e malvagi; è importante dirlo. Solo pochi, e soprattutto quello nella fotografia, lo sono. Negli ultimi mesi è andata peggio, e hanno cominciato a crearci molti problemi, me ne accorgo. Cercano di rubare le pecore e di investirle; lanciano pietre di notte, e spaventano i miei bambini.”

Per sua fortuna, la turbina eolica costruita dai coloni quasi in cima alla casa è spesso rotta. Il rumore che fa di notte, quando funziona, impedisce loro di dormire. “Ogni volta che gira – bum! È come un’esplosione notturna”.

Una turbina sulla testa, una colonia che trabocca nel terreno da pascolo, un’altra su un pendio lì accanto, e la minaccia della violenza intorno – questa è la vita sicura, e felice che tocca oggi alla famiglia Abu Kabaita.


1)’ Night raid’, Haaretz 31/07/2008, in http://www.haaretz.com/hasen/
spages/1007456.html

2) Si allude ai festeggiamenti per l’inizio del sabato, usuali fra
gli ebrei ortodossi.


3 ottobre




www.infopal.it

La Giornata internazionale della Nonviolenza e il giornalismo.
03-10-2008


Ieri è stata celebrata la Giornata mondiale della Nonviolenza.

Sempre più spesso, ormai, la violenza è veicolata, oltreché da governi, eserciti, gruppi, bande e lobbies, dai media. I mezzi di informazione, megafoni di potentati economici, politici e militari, sono diventati strumenti fondamentali per vecchi e nuovi conflitti, per la "creazione del consenso" alle guerre, alle fobie, alla "caccia alle streghe". Lo vediamo, tristemente, ogni giorno anche in Italia, dove tv e giornali hanno dato voce, o, ancora peggio, hanno rinfocolato un razzismo, una xenofobia, un anti-islamismo latenti in quella parte della popolazione italiana più arretrata culturalmente, socialmente e psicologicamente. Hanno fatto leva, per anni, sugli istinti e le paure primordiali, ataviche, di tanta gente, coprendo così i reali problemi che soffocano l’Italia, l’Europa, l’Occidente: la crescente e dilagante povertà. La crisi economica, culturale e sociale viene quindi smorzata da un’informazione sguaiata e manipolatoria che ha come obiettivo "facili" capri espiatori.

Basta accendere la tv e seguire un qualsiasi Tg per ritrovarsi immersi in notizie di scarsa utilità, spesso di cronaca nera o di gossip, ma di cui si intuisce il senso e la finalità: non farci pensare. Farci dirottare rabbia e delusione su "altri" obiettivi - immigrati, rom, musulmani - scelti ad hoc, e non sulle reali cause del nostro nazionale malessere.

Ecco, dunque, che nonostante proclami e manuali di "etica e deontologia" professionale, spesso il giornalismo è un potente e terribile agente in mano a editori, e a direttori e colleghi consenzienti, di conflittualità e di disinformazione finalizzato a tener buone le masse di lettori e telespettatori. O meglio, a indirizzarne i sentimenti più "intestini" verso target che non mettano in crisi il "sistema". Ecco, allora, che sorge il problema "zingari", il problema "immigrati", il problema "moschee e islamici", il problema "terrorismo islamico". Certo, direte voi, la pessima gestione dell’"immigrazione" degli ultimi dieci anni ha creato non poche, reali, tensioni, ma da qui a mandare in crisi l’Italia, ce ne vuole.

La questione reale è che il nostro Paese sta andando a pezzi, ma non ce lo dicono: sono troppo attenti a stornare la nostra attenzione su altro.

Per non parlare poi dell’informazione sul Medio Oriente, sulle guerre "preventive", su Russia, Iran e America Latina: un cittadino che non attinga ad altre fonti, che non si documenti per proprio conto, prenderà per buono ciò che passano tv e giornali. Un’informazione di parte, quando non del tutto manipolata. Il recente caso della guerra tra Georgia e Russia ne è un incredibile emblema: ci è stato detto, infatti, che a iniziare la guerra è stata la Russia e non la Georgia! E che dire del cosiddetto "conflitto israelo-palestinese"? Ai più sembrerà che i palestinesi siano gli oppressori e gli israeliani gli oppressi. E’ la comunicazione veicolata dalla maggior parte dei nostri media. E’ ciò che vogliono farci credere, infatti. Mentendo spudoratamente.

Allora, celebrando la Giornata della Nonviolenza, ricordiamoci del Mahatma Gandhi e di ciò che scriveva sul giornalismo.

Angela Lano

"Fin dal primo mese di ’Indian Opinion’ (* mi resi conto che servire dovrebbe essere l’unico scopo del giornalista. La stampa è una grande forza, ma, come un torrente d’acqua che non sia tenuto a freno sommerge intere regioni e devasta i raccolti, così anche una penna incontrollata non serve che a distruggere. Se il controllo viene dall’esterno, si rivela più pericoloso della mancanza di controllo. Se il filo di questo ragionamento è esatto quanti giornali nel mondo supererebbero la prova?".











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lunedì 1 dicembre 2008 - ore 23:14


Petrolio... argomento scontato, forse, ma interessante sapere che...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


IN VAL D’AGRI SI ESTRAE L’80% DELLA PRODUZIONE ITALIANA. NEI 47 POZZI 500 MILIONI DI BARILI

Quel petrolio che non porta ricchezza. La Basilicata e l’«oro nero»: aumenta l’inquinamento, ma non i benefici.

Pochi i lucani assunti nel comparto

VAL D’AGRI (Potenza) — Texas o Lucania Saudita, ormai i luoghi comuni si sprecano, per la Basilicata che galleggia sul più grande giacimento di petrolio dell’Europa continentale e sul gas. Qui, nel parco nazionale della Val d’Agri, dove non c’è la sabbia del deserto ma il verde degli orti e dei boschi, tutto è di primissima qualità: olio, vino, carne, fagioli, miele, nocciole. E anche il petrolio, che si estrae da quindici anni, è di ottima qualità. I 47 pozzi del giacimento della Val d’Agri custodiscono, dicono le stime ufficiali, circa 465 milioni di barili (finora ne sono stati estratti quasi 11 milioni), che al valore corrente di
90-100 dollari al barile formano un tesoro da quasi 50 miliardi di dollari. Ma la Basilicata, che produce l’ottanta per cento del petrolio estratto in Italia, non si fermerà a quello della Val d’Agri, estratto dall’Eni. Dal 2011 comincerà a sfruttare —con Total, Esso e Shell — i giacimenti di Tempa Rossa, poco più a nord: altri 480 milioni di barili, altri 50 miliardi di dollari. Ed è
pronta a far trivellare anche Monte Grosso, proprio a due passi da Potenza, dove c’è altro petrolio per 100 milioni di barili.
E poi farà scavare nel Mare Jonio, nelle acque di Metaponto e di Scanzano, dove dai templi greci si vedranno spuntare
piattaforme petrolifere come nel Mare del Nord. Nessuno, ancora fino a qualche anno fa, e nonostante i giacimenti della Val d’Agri, avrebbe scommesso che nel sottosuolo lucano e nei fondali jonici fosse nascosta tutta questa ricchezza. Dopo l’intuizione di Enrico Mattei, che tra gli anni 50 e 60 venne qui a cercare petrolio e trovò «soltanto» gas, l’idea che la Basilicata potesse davvero essere un enorme serbatoio di petrolio era per lo più giudicata un volo della fantasia. Invece i sondaggi e le trivelle si sono spinti fino nelle viscere della terra, a tre-quattromila metri di profondità, e hanno trovato il
mare nero che cercavano. Come non essere contenti? Sembrava l’annuncio dell’inizio di una nuova era, per la Basilicata e
per il Mezzogiorno d’Italia, per la questione meridionale e per il federalismo fiscale, per il lavoro ai giovani e per la fine dell’emigrazione. E infatti, all’inizio, tutti erano contenti. Dicevano: «Pagheremo meno la benzina, come in Valle d’Aosta, dove costa la metà senza che si produca una goccia di petrolio. E pagheremo meno anche le bollette della luce e del gas». Dicevano: «Con le royalties del petrolio avremo strade e ferrovie, che qui sono ancora quelle di un secolo fa». Dicevano: «Finalmente non saremo più costretti a emigrare, avremo il lavoro a casa nostra». Dicevano: «Si metterà in moto un meccanismo virtuoso, da cui tutti trarremo vantaggi. Il petrolio è la nostra grande occasione». Dicevano tutte queste cose, i lucani. Che oggi non dicono più. La delusione ha frantumato i sogni, lo scetticismo ha svuotato la speranza. E il petrolio, da
grande risorsa per la grande occasione, sta diventando sempre di più una maledizione. E infatti. Il lavoro manca come prima. Le opere infrastrutturali nessuno le ha ancora viste. Mancano i fondi per i prestiti agevolati agli imprenditori, anche stranieri, che volessero investire in Basilicata. Il costo della benzina non ha subìto sconti. Il risparmio sulla bolletta del gas è solo apparente. La gente, soprattutto i più giovani, continua a emigrare: negli ultimi quindici anni a Grumento Nova, 2.500 abitanti, la popolazione è diminuita di un quarto, mentre da tutta la regione — che ha poco più di 570 mila abitanti — si
continua a emigrare al ritmo di quattromila persone all’anno. E l’aria, l’acqua e persino il rinomato miele della Val d’Agri
sono sempre più a rischio perché sempre più «ricchi» di idrocarburi. Il petrolio puzza, e in tutta l’area del Centro olii di Viggiano l’odore è forte e si sente: è normale, sono gli idrocarburi policiclici aromatici e l’idrogeno solforato dovuti alla produzione e al trasporto del petrolio (che però adesso avviene attraverso un oleodotto di oltre cento chilometri che porta il greggio alle raffinerie di Taranto). Ciò che non è normale è che in Italia i limiti di emissione di idrogeno solforato siano diecimila volte superiori a quelli degli Stati Uniti e che il monitoraggio di queste sostanze in Val d’Agri avvenga solo due o tre volte l’anno. Ciò che non è normale è il valore altissimo delle «fragranze pericolose per l’uomo» (benzeni e alcoli) trovate nel miele prodotto dalle api della Val d’Agri, come sostiene una ricerca dell’università della Basilicata pubblicata dall’International Journal of Food Science and Technology. Ciò che non è normale è che all’Arpab, l’Agenzia regionale di protezione ambientale, non crede più nessuno, tanto che c’è chi ha deciso di fare da solo. Come il Comune di Corleto
Perticara, che l’anno scorso ha ceduto a Total per 99 anni, e per 1,4 milioni di euro, il diritto di superficie su un’area di 555 mila metri quadrati in cui realizzare il Centro olii, ma che si è dotato (finora unico comune fra i 30 interessati all’estrazione di petrolio) di un proprio sistema di monitoraggio ambientale.

L’accordo tra Eni e Basilicata prevede ben 11 progetti «compensativi», del valore di 180 milioni di euro, per la sostenibilità ambientale, la formazione e lo sviluppo culturale. E il vicedirettore generale dell’Eni, Claudio De Scalzi, vanta i seguenti risultati: «Royalties per 500 milioni di euro già versati, con un potenziale di 2 miliardi per i prossimi anni se si riuscirà ad arrivare a uno sviluppo completo dei campi della Vald’Agri. Centotrenta tecnici lucani assunti e altre 30 assunzioni in corso.
Trecento ditte lucane dell’indotto in rapporto con l’Eni, di queste 60 lavorano in modo continuativo con la società». Ma a guardare bene i numeri si fa presto a capire che si tratta di «piccoli numeri». A cominciare dalle royalties, il 7% (il 4% se il petrolio è estratto in mare), tra le più basse del mondo. Quando già nel 1958 Enrico Mattei considerava «un insulto» il 15% che le Sette Sorelle versavano ai Paesi produttori e parlava di «reminiscenze imperialistiche e colonialistiche della politica energetica». Tanto è vero che oggi — in Venezuela, Bolivia, Ecuador — i contratti vengono rinegoziati per portare le royalties oltre il 50%. Più «vantaggioso», almeno in apparenza, l’accordo stipulato nel 2006 dalla Regione Basilicata con Total, Esso e Shell per i giacimenti di Tempa Rossa, che, tra le altre cose, dovrebbe consentire alla Regione di dotarsi di un sistema di monitoraggio ambientale da 33 milioni di euro (a riprova che finora su questo fronte non s’è fatto nulla) e di fornire gratuitamente tutto il gas naturale estratto (con un minimo garantito di 750 milioni di metri cubi) alla Società
energetica lucana, interamente a capitale regionale. L’effetto immediato sarà una bolletta del gas meno cara, almeno di un buon 10%. Ma non per tutti lucani. Ne beneficeranno solo i pochi allacciati alla rete del metano. Già, perché il gas c’è, ma dove va se non ci sono le condotte?

Carlo Vulpio
22 settembre 2008

INTERROGATIVI SUL GIACIMENTO DI MONTE ROSSO
Il numero dei barili? Un mistero. Sulla questione indaga anche il pm Woodcock. Gli interessi di coop rosse e finanziarie straniere

POTENZA — Il «giallo dell’oro nero» non è un gioco di parole. In Basilicata è, al tempo stesso, una serie di domande scomode ancora senza risposta e un’inchiesta giudiziaria complessa, a cui sta lavorando il pm di Potenza, Henry John Woodcock. Prima domanda: quanto petrolio è stato estratto in Basilicata dal 1995 a oggi? Nessuno lo sa con precisione. Nemmeno il presidente della giunta regionale, Vito De Filippo, che infatti lo ha chiesto all’Unmig (l’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e la geotermia, presso il ministero dello Sviluppo economico) il 20 settembre 2007. Ma nella risposta dell’Unmig, fra tabelle e spiegazioni varie, non c’è il dato richiesto. Come mai? Semplice: quel dato non è mai stato verificato dall’Unmig. Nessuna omissione, perché l’Unmig «ha facoltà», non il dovere, di verificare le quantità prodotte. Ma un enorme conflitto d’interessi, quello sì. Infatti, a comunicare all’Unmig le quantità di petrolio estratto è «il responsabile unico di ogni concessione». In altri termini, il controllore è lo stesso soggetto che dovrebbe essere controllato: l’unico a misurare il petrolio estratto è proprio colui che paga le royalties. Infatti i 30 comuni lucani a cui va il 15% di quel 7% che costituisce la royalty sul valore del greggio ricevono direttamente dall’Eni l’estratto conto, in cui si dice: questa è la quantità
che abbiamo prodotto e questo è quanto spetta a voi. Punto. Ma se un comune o la Regione volessero controllare? L’unica
cosa che possono fare è rivolgersi all’Unmig, che però «ha facoltà» di controllare e in ogni caso difficilmente potrebbe farlo per il passato. Seconda domanda: quanto petrolio estratto in Lucania è finito in Turchia? E perché vendere petrolio alla Turchia proprio mentre il prezzo del greggio saliva alle stelle? Terza domanda: è vero o no che in questi anni centinaia di migliaia di tonnellate di stream gas (metano, etano, propano, butano), cioè quel gas che viene fuori assieme al petrolio, e definito «cedibile» dalla stessa Eni, è stato lasciato bruciare in torcia e quindi si è volatilizzato? Anche a queste domande, sembra che nessuno sappia rispondere. Nemmeno il governo e il Parlamento, a cui si sono rivolti con due interrogazioni i parlamentari Felice Belisario (Idv) e Cosimo Latronico (Pdl), che hanno sottolineato come in tutte queste vicende «è mancata l’adeguata trasparenza a garanzia dei cittadini».

Eppure le compagnie petrolifere, per il 2008, attraverso la cosiddetta Legge-obiettivo, hanno ottenuto come incentivo 850 milioni di euro di fondi pubblici. Ma c’è anche una quarta domanda: che cosa c’entrano le Coop rosse, le Isole Vergini, le Bermuda e l’Australia con i permessi di estrazione del petrolio in Basilicata? Secondo una ricostruzione del settimanale lucano Il Resto, suffragata da una ricca documentazione, tutto comincia nel 2005, quando la società Gas della Concordia Spa (poi Coopgas), di Concordia sul Secchia (Modena), cede per 11,2 milioni di euro alla sua controllata Intergas Più permessi di estrazione e di ricerca. Passano otto giorni e la Mediterranean Oil and Gas Company, società con sede a Perth, in Australia, acquista, per diecimila euro, cioè per un prezzo diecimila volte inferiore a quello della compravendita Gas
Concordia-Intergas, l’Intergas Più. Strano. Ma non è l’unica stranezza. Il pagamento avviene con la sottoscrizione di
azioni e obbligazioni convertibili da parte di tre società: la Mizuho International, con sede a Londra, la Shepherd Investments International, con sede nelle Isole Vergini Britanniche, e la Stark Investment, con sede nelle Bermuda.
L’obiettivo di Med Oil è il giacimento di Monte Grosso (100 milioni di barili stimati) e viene centrato il 5 novembre 2007, quando la giunta regionale delibera di concedere i permessi di ricerca. Nella stessa giornata, Med Oil e Gas Concordia Spa scambiano diecimila azioni. Ma già tre settimane prima, il 19 ottobre, erano state scambiate ben 2.373.000 azioni, per un valore di 369 milioni di sterline, pari a 500 milioni di euro. Segno che a Monte Grosso c’era ben poco da «ricercare». Ma solo da scavare. Là sotto, il petrolio stava aspettando chi sapeva che c’era.

C. Vul. 22 settembre 2008



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venerdì 31 ottobre 2008 - ore 16:26


Come dovrebbe essere...
(categoria: " Vita Quotidiana ")


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di Paolo Barnard

E’ l’estate del 2000, sono a Boston per la mia prima intervista a Noam Chomsky. A chi non lo conoscesse rammento che Chomsky è il più noto intellettuale dissidente americano di sempre, definito dal New York Times “probabilmente il più importante pensatore vivente”, ed è il linguista di maggior calibro del XX e XXI secolo. Insegna al prestigioso Massachussets Institute of Technology (MIT), dove è professore ordinario.

Bene, sto per incontrare questo mostro sacro della cultura accademica nel suo ufficio all’MIT e vengo avvisato dal suo segretario che l’intervista non potrà durare più di 60 minuti, poiché “Chomsky ha un importante appuntamento alle 17 precise”. Non nascondo a costui il mio disappunto: rappresento un network televisivo nazionale (RAI), sono venuto da oltreoceano per intervistare il professore, ho preso questo appuntamento 3 mesi fa, e ora ho solo 60 minuti per montare la telecamera, i microfoni, fare le prove audio e video, poi sbrigare un tema come il Debito del Terzo Mondo, Fondo Monetario, Banca Mondiale, sperequazione della ricchezza… Niente da fare, il prof. ha un impegno. Fine della discussione.

L’intervista è piacevole, Chomsky è gentile, tutto fila liscio, ma dopo 59 minuti, accidenti a lui, il segretario bussa lievemente alla porta e si mostra a Chomsky attraverso il riquadro di vetro della stessa. Sessanta secondi dopo è l’intellettuale in persona che con un sorriso mi dice “time’s up, sorry..”, il tempo è finito, spiacente. Un rapido saluto, stretta di mano e fuori dallo studio con tutti i marchingegni del mio mestiere. Chomsky richiude l’uscio alle mie spalle.

Sono nell’anticamera indaffarato ad arrotolare cavi, riporre microfoni, controllare le cassette, ma non manco di guardarmi intorno in attesa dell’arrivo di questo ospite così imprescindibile. Non c’è, non arriva, nessuno ha suonato, non ci sono colleghi di altri network in coda per un’intervista. Il segretario armeggia col suo pc, un paio di tizi (presumibilmente docenti) camminano da un ufficio all’altro senza alcuna intenzione di dirigersi da Chomsky, un ragazzino meno che ventenne se ne sta seduto alla mia destra sfogliando testi e appunti. Per il resto calma piatta. Ma dov’è sto pezzo da novanta per cui mi hanno messo le braci al sedere?

Saranno passati sette minuti, quando Chomsky riapre l’uscio dello studio e con fare cortese invita il ragazzino ad entrare. I due si accomodano e iniziano la conversazione, li vedo attraverso il riquadro in vetro. Ancora la mia mente si rifiuta di arrendersi all’ovvia realizzazione, e in un residuo sforzo di capricciosa incredulità mi spinge a chiedere al segretario “ma è quel giovane l’appuntamento importante?”. “Sì, è uno del primo anno, un ordinario colloquio col prof.”, giunge serafica la risposta del mio interlocutore. Riparto per l’Italia.

Devo fare rewind e proprio spiegarvelo? No, sicuramente non serve. Cari studenti, questa scena affatto isolata nel panorama accademico statunitense appartiene a un ‘film’ che se mai verrà proiettato in Italia sarà forse fra un secolo, o probabilmente di più. Essa ci parla di un essere nell’università che dista da noi italiani come Marte dalla Terra, di una riforma vera, epocale, di un concentrato di democrazia, diritti, intelligenza, umiltà, pedagogia, libertà che nessuno qui da noi neppure si sogna di sognare. Noi, poveracci, siamo arditamente alle prese con la preistoria della riforma del sapere e dell’insegnare. Qualcuno, qui, se lo immagina un grande barone universitario italiano sbarazzarsi velocemente della CBS, di France 2 o della ZDF tedesca per onorare un colloquio con un ‘primino’ di neppure vent’anni?

E allora. Chiedo a tutti e con vero pathos: perché abbiamo rinunciato a immaginare un ’altro mondo’? Perché ci facciamo sempre ingannare da chi ci convince che il cambiamento significa conquistare due metri quadri in più di pollaio puzzolente, e non, come dovrebbe essere, miglia e miglia di prati e colline, valli e montagne dove respirare veramente? Perché ci scanniamo per ottenere due metri quadri in più di finanziamenti o di risicate riformucole da strappare alla Gelmini e non lottiamo invece per un’istruzione nuova a cominciare dalla dignità di ogni singolo studente che deve essere il protagonista importante, il numero uno delle priorità di ogni docente, imprescindibile appuntamento senza se né ma, oggetto-soggetto di un diritto attorno a cui ruota tutto il sistema istruzione, e vi ruota con UMILTA’?

Non capite, studenti, che il gioco più perverso dell’era politica contemporanea è proprio il riformismo? E’ quella cosa che ci ha tutti convinti che lottare per i diritti del nostro futuro significhi ottenere qualche decimetro in più nella catena che ci hanno messo ai piedi. Oggi ci hanno convinti, e lo ripeto, che libertà e rivoluzione, che riforma e miglioramento significhino potersi allungare di altri 20 centimetri dal muro cui siamo incatenati nel pollaio in cui siamo rinchiusi. E ce l’hanno fatta: noi siamo proprio ridotti così, completamente dimentichi della possibilità di avere Diritti Veri e una Vita Inedita, ma del tutto inedita, in questo caso un’istruzione da secolo nuovo. Insomma, un’altra es istenza dirompente nel cambiamento, così come l’umanità ha sempre saputo fare nella sua uscita dalla barbarie verso la civiltà. No, nel XXI secolo del riformismo siamo stati ridotto a sentirci trionfanti se un Walter Veltroni riuscirà col referendum a donarci 20 centimetri di riforma dell’istruzione in più. Ed è così in ogni campo del nostro vivere.

No, no e no! Cosa avrete risolto quando e se la Gelmini avrà fatto marcia indietro? Perché non mettiamo tutta questa energia oggi esplosa nelle piazze per arrivare a una scuola che non ci devasti l’anima, che non ci faccia odiare la cultura, che sia il nostro regno del rispetto nell’età più sensibile di tutta la vita, che non ci insegni le virtù del servilismo e dell’arroganza, dove non ci si senta con le ossa svuotate di fronte alle cattedre o ad aspettare nei corridoi i favori dei baroni? Dove a neppure vent’anni si possa entrare a colloquio dal tuo professor e sul tappeto rosso, mentre fuori dallo studio, in corridoio, al resto del mondo tocca di aspettare voi e la piena soddisfazione del vostro diritto.

Immaginare in grande, immaginate in grande.


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venerdì 31 ottobre 2008 - ore 11:53


Info Arcadia - Schio-
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ciao e tutte/i,
benvenute/i nella lista informativa dell’Arcadia.
Settimanalmente verrete informati delle inziative, dei concerti, degli spettacoli e di quant’altro verrà svolto all’interno dell’ S.A. Arcadia e di quanto organizzeremo all’esterno di essa in giro per questa città triste che speriamo (e siamo sicuri) di riuscire a rianimare!

Intanto vi allego il volantino con il programma del mese così vedete cosa vi aspetta nei fine settimana di novembre all’Arcadia. ovviamente il volantino siete liberi di stamparlo, diffonderlo, inviarlo ad amici e quant’altro.
Al di là di questo verrete cmq informati settimanalmente.

I prossimi appuntamenti sono:





SABATO 1 NOVEMBRE ORE 21.00



SERATA "LA TEMPESTA"


in conerto:
I MELT (local powerpop heroes)
www.myspace.com/meltrock

DON VITO E I VELENO (Hell Mundo, rock da Ferrara)
www.myspace.com/donvitoeiveleno





MARTEDI’ 4 NOVEMBRE ORE 20.30



Assemblea presso l’Arcadia riuguardo il G.A.S.

(Gruppo Acquisto Solidale)





Cosa sono i Gruppi di Acquisto Solidale (G.A.S.)?
Un gruppo d’acquisto e’ formato da un insieme di persone che decidono di incontrarsi per acquistare all’ingrosso prodotti alimentari o di uso comune, da ridistribuire tra loro.

Si ma... perché si chiama solidale?

Un gruppo d’acquisto diventa solidale nel momento in cui decide di utilizzare il concetto di solidarieta’ come criterio guida nella scelta dei prodotti. Solidarieta’ che parte dai membri del gruppo e si estende ai piccoli produttori che forniscono i prodotti, al rispetto dell’ambiente, ai popoli del sud del mondo e a colore che - a causa della ingiusta ripartizione delle ricchezze - subiscono le conseguenze inique di questo modello di sviluppo.

Perché nasce una G.A.S.?

Ogni GAS nasce per motivazioni proprie, spesso però alla base vi è una critica profonda verso il modello di consumo e di economia globale ora imperante, insieme alla ricerca di una alternativa praticabile da subito. Il gruppo aiuta a non sentirsi soli nella propria critica al consumismo, a scambiarsi esperienze ed appoggio, a verificare le proprie scelte.

Come nasce un G.A.S.?

Uno comincia a parlare dell’idea degli acquisti collettivi nel proprio giro di amici, e se trova altri interessati si forma il gruppo. Insieme ci si occupa di ricercare nella zona piccoli produttori rispettosi dell’uomo e dell’ambiente, di raccogliere gli ordini tra chi aderisce, di acquistare i prodotti e distribuirli... e si parte!

Criteri solidali per la scelta dei prodotti

I gruppi cercano prodotti provenienti da piccoli produttori locali per avere la possibilita’ di conoscerli direttamente e per ridurre l’inquinamento e lo spreco di energia derivanti dal trasporto. Inoltre si cercano prodotti biologici o ecologici che siano stati realizzati rispettando le condizioni di lavoro.

Una rete

I gruppi di acquisto sono collegati fra di loro in una rete che serve ad aiutarli e a diffondere questa esperienza attraverso lo scambio di informazioni. Attualmente in Italia sono censiti un centinaio di GAS.



per saperne di più linkatevi qui e per capirne ancora di più la riunione inizia alle ore 20.30 presso l’Arcadia.





MERCOLEDI’ 5 NOVEBRE






ore 20.30 Assemblea Coordinamento Studentesco



ore 21.30 Assemblea di gestione dell’Arcadia



le assemblee sono aperte a chiunque volesse parteciparvi; l’Arcadia è uno spazio aperto per tutti di conseguenza qualsiasi persona è libera di prendere parte alla sua gestione e di partecipare alla costruzione/realizzazione delle iniziative che l’Arcadia proprone al suo interno e nella città.

Vi aspettiamo numerosi





S.A.ARCADIA





per info: link arcadia

link arcadia 2

s.o.a.arcadia@alice.it





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martedì 28 ottobre 2008 - ore 12:52


Post lungo sul un chiaro esempio di giornalismo in Italia
(categoria: " Vita Quotidiana ")


In corsivo c’è ciò che scrivo io. Questo articolo è apparso sul giornale qualche tempo fa, a firma di Filippo Facci. Penso sia quello di cui qualcuno mi ha messo a conoscenza spacciandolo per verità inconfutabili. Non voglio difendere Grillo e le sue contraddizioni, ma è curioso come ce la si prenda con un comico e non con il presidente del consiglio in mezzo a tutto, tanto più che si lavora per il giornale di suo fratello.
Abituarsi a questo genere di giornalismo è praticamente ciò che stanno facendo da un pezzo: studio aperto con cuccioli e tette, ogni tg con il suo ricettario e la diffusione di opinioni anzichè di fatti.

Sveglia!

Cominciamo con il parlare di Facci: già il fatto che lavori per il direttore delle tette Mario Giordano la dice lunga su di lui. aggiungiamo poi che definì Grillo, in diretta a Matrix, "un cretino" senza aggiungere spiegazioni... ma andiamo per gradi.

Dalle partite di pallone con Donato Bilancia e Antonio Ricci ai primi lavori nell’azienda del padre e poi come piazzista di jeans. Il ragioniere mancato che ingannava persino i contadini.

Il nostro uomo, una delle fonti incontrate nella nostra due giorni genovese, comincia a esser stanco: «Poi va be’, ci sono storie personali, che non si possono scrivere». Dica. «Non si possono scrivere». Dica. «Ma niente, lui a un certo punto stava in questo suo attico in corso Europa, che era tutto bello, col pianoforte, e ogni tanto ci portavamo le ragazze che gli procuravo quasi sempre io. Tra l’altro sotto il letto nascondevamo un mangianastri per registrare le cose, gli amplessi, poi riascoltavamo e ci ammazzavamo dal ridere. Avevamo un gergo nostro: lui, il coso, lo chiamava “il gottoro”, e urlava sempre questa parola alle ragazze che non capivano: “Gottoro! Ecco il gottoro!”. Il problema è che un giorno sua madre trovò le cassette e si mise ad ascoltarle, un macello». È questa la storia personale? «Aspetti. Un giorno portammo nell’attico due ragazze, mi ricordo che una era sposata. I suoi, del Giuse, erano nella casa di Savignone. Ma niente: ognuno cominciò a fare le cose sue e a un certo punto lui fece un urlo bestiale, ma bestiale, corse da me tutto nudo e disse “Guarda, guarda! Che mi succede?” e io glielo guardai e lui... lui...».
Censura.

Pardon, a chi giova questa notizia?

La disavventura sessuale, oggettivamente ridicola, ebbe epilogo al pronto soccorso dell’ospedale San Martino, praticamente lì di fronte. Censura: anche se il soggetto non la meriterebbe perché lui una storia del genere (di un altro) l’avrebbe raccontata di sicuro: si parla di una persona, un comico, che ebbe a chiamare «Alzheimer» l’ex capo del governo e «venditore di bava» l’ex capo dell’opposizione, uno che ha mandato letteralmente affanculo decine di persone e che di fronte alla critica di un direttore di telegiornale, Mauro Mazza, ha replicato testualmente: «E se sparassero nel culo a lui?». La battuta sul Papa manco ce la ricordiamo, sta di fatto che qui, di fronte al grillismo, stanno saltando tutte le regole, si sta riscrivendo il galateo della politica per adeguarlo a quello dell’antipolitica: dunque la tentazione di adeguarci c’è, la voglia di non censurarci pure, come a dire: Grillo eccoci, siamo pronti, se questo è il ballo si balla anche noi, si fa all’americana come predicano tanti giornalisti amici suoi: e ti si contano anche i peli del bulbo. Da qui, come modesto e sperimentale assaggio, la nostra due giorni genovese e questa modesta inchiesta.

Se Filippo Facci ha perso anche solo mezza giornata a Genova per produrre questo spreco di inchiostro farò apostolato affermando la verginità di Moana Pozzi.

Il Giuse. Giuseppe Piero Grillo è nato il 21 luglio 1948 a Savignone, Valle Scrivia. Secondo l’imbarazzante e compiaciuta agiografia «Beppe Grillo», forse il più insignificante libro pubblicato da Mondadori negli ultimi vent’anni, Beppe da Bambino «lanciava urli (sic) alla James Brown» e il padre commentava affettuosamente: «Sembra una bestia. Tuo figlio è un idiota». La famiglia, in ogni caso, di base stava a Genova nel quartiere di San Fruttuoso della celebratissima piazza Martinez, fucina di geni e lazzaroni dove piccoli leader minimi e massimi sedevano tra il bar Cucciolo e la fermata dell’autobus. Qualche bici, poche motociclette, le ragazze migliori della zona e in qualche modo anche il giovane Grillo, patito di calcio come tutti gli altri. «Aveva 12 anni e lo portai a fare un provino per una squadra locale sponsorizzata dalla Shell», racconta uno che c’era, «il problema è che il Giuse era una balena, lo chiamavamo Porcellino. Aveva un buon tocco di palla, ma l’allenatore ricordo che mi disse: “Ma chi mi hai portato?”».

Notizia fondamentale: Beppe Grillo da bambino era obeso. Che direbbe Montanelli, da ex direttore?

Giocava a pallone anche Antonio Ricci, che era di Albenga e però a piazza Martinez, assieme a Roby Carretta, era in qualche modo collaterale: «Ma Ricci non era molto portato. Mi ricordo che nella sua squadra c’era anche Donato Bilancia, il serial killer. Stava sempre al bar Cucciolo». È vero: ma era un tipo innocuo e lo chiamavano Belinetta. Del giro era anche Vittorio De Scalzi, quello dei New Trolls. L’unico davvero portato per il calcio pareva il Portento, Orlando Portento, il bello della compagnia nonché un talento comico che quasi tutte le fonti indicano come il vero mentore e inventore di Beppe Grillo, privo tuttavia della sua pervicacia. Portento giunse alla serie B, e nella Sampdoria dei giovani Marcello Lippi e Roberto Vieri, padre di Bobo, ma poi s’infortunò. È tornato clamorosamente alla ribalta, Portento, come cabarettista e come marito di quell’Angela Cavagna che ha partecipato al reality show La Fattoria. Un paio di fonti indicano come vero scopritore di Grillo, invece, il gallerista Luigi De Lucchi, fondatore dell’Instabile, localino di cabaret forse unico nel suo genere.

che rooobe! a 12 anni ha giocato a calcio in una squadra sponsoriuzzata dalla Shell, tra l’altro con Donato Bilancia...

Senza denti. Il giovane Grillo tutto sommato stava economicamente benino. Si diplomò ragioniere all’Ugolino Vivaldi, che era un istituto privato per rampolli-bene con retta piuttosto esosa. S’iscrisse anche a Economia e commercio, ma presto la piantò lì. Il padre, Enrico, possedeva una fabbrica di fiamme ossidriche (la Cannelli Grillo) e lo reclamava, ma lui da principio non ci pensava neanche. Secondo il più interessante libro «Beppe Grillo» di Paolo Crecchi e Giacomo Rinaldi (Ariberti editore) «il ragionier Grillo prova a lavorare nell’azienda di papà con scarsi risultati, rimettendoci 200mila lire degli anni Sessanta». Altrimenti consigliato, per un certo periodo fece il piazzista di jeans per la Panfin, ma fu licenziato. Era un ragazzo normale, un po’ buffo, tifava Sampdoria, vestiva decentemente, aveva i jeans Sisley che furoreggiavano, andavano di moda le basette lunghe che lui però non aveva: le improvvisava schiacciandosi giù i capelli col sapone. Non era bello, ma sopperiva con la simpatia.

Era secondogenito e un po’ il cocco di casa, suo padre non disdegnava di prestargli la Fiat 1100 che per rimorchiare si rivelò fondamentale, anche se aveva il difettuccio del pesare come una balena e quegli incisivi molto sporgenti: e con le ragazze era un problema, dicevano che baciandolo le pungeva. La soluzione fu drammatica: un giorno, alla discoteca Peppermint che era la più importante di Genova, ebbe la pensata di tampinare la ragazza di un certo Luciano Rovegno, che non era propriamente uno stinco di santo: e infatti reagì dandogli una tale testata da fargli saltare tutti gli incisivi che restarono lì, sparsi per terra. Glieli rimisero. Dritti.

...

Le melanzane di plastica. La celebre tirchieria di Grillo (parsimonia, si dice a Genova) in quel periodo prende le forme di incontrollabili leggende. Ben quattro presunti testimoni raccontano che girasse con una tuta appositamente senza tasche per non avere soldi da spendere. All’epoca fumavano tutti, ma lui prendeva le Hb nel pacchetto da dieci. Non pagava mai niente, non offriva mai niente, e questo lo dicono davvero tutti: occorre tener conto che dei genovesi che lamentano la tirchieria altrui sono come dei napoletani che accusassero qualcuno d’essere chiassoso. «Non era tirchio, era malato» racconta un suo ex sodale: «"Offri qualche caffè ogni tanto, risparmierai col cardiologo", gli dicevamo sempre».
Più avanti, nel 1980, la concessionaria Fiat Piave di Genova gli regalò una Punto: lui si lamentò perché non aveva l’autoradio. Altra leggenda vuole che nella sua villa di Sant’Ilario abbia frutti e ortaggi di plastica, e la citata biografia di Crecchi e Rinaldi conferma tutto: «Era guardato con diffidenza dai contadini perché rifiutava ostinatamente di coltivare le sue fasce di terra, ma un giorno ha avuto un’intuizione delle sue sistemando ortaggi di plastica turgidi e coloratissimi tra gli ulivi e i pitosfori».
Andrea detto Andreino, il fratello minore, ha raccontato alla Stampa d’avergli prestato un completo di gabardine nero salvo riaverlo completamente liso. «Mi deve ancora restituire una giacca a soffietto che gli prestai negli anni ’70» racconta invece Portento, «e mi deve ancora pagare una camicetta da donna che regalò a un’amica», dice l’ex amico che ai tempi aveva un negozio di abbigliamento.

Per cominciare chiedo scusa a tutti se si sono sentiti offesi dal fatto che compro pacchetti da 10 anch’io. Però Portento mi sorprende: gioca a calcio in serie b, ha un negozio di abbigliamento, fa il conduttore in tv, più avanti si scopre che scrive le battute a grillo... ma di preciso che fa? E poi la punto non è uscita nel 1993?

Antonio Ricci ha raccontato che «io sparecchiavo, e se buttavo via delle briciole Beppe le recuperava dalla spazzatura e il giorno dopo ci impanava la milanese». È stata invece la seconda moglie di Grillo, Parvin Tadjk, intervistata a Crozza Italia su La7, a parlare degli snervanti controlli del marito sugli scontrini della spesa. Dopo la balzana ipotesi che Beppe Grillo si sia fatto crescere la barba per risparmiare sulla lamette, altro ritornello genovese, la carriera di Grillo entra nel vivo.

Beppe, il «grande ingrato» che rubava battute a tutti
Le prime tracce visive di un Beppe Grillo volontariamente comico sono del 1970: un cortometraggio in super 8 diretto da Marco Paolo Pavese e scritto e interpretato e doppiato dal citato Orlando Portento;

Proprio un portento questo Portento... per chi non avesse capito chi è, è quello diventato famoso per le "cammellate" e "triccheeballacche".

lì si vede il primo Grillo, imberbe. Mediaset ne mandò in onda degli spezzoni qualche anno fa. Ma Grillo, già da tempo, aveva cominciato a fare qualche seratina di cabaret accompagnandosi con la chitarra: circolini, qualche discoteca, molte feste e festicciuole politiche per liberali e socialdemocratici e democristiani e socialisti. «Gl’importava zero della politica» dice ora Portento, «era un frivolo, un cinico», anche se Grillo ogni tanto raccontava di qualche simpatia familiare per i liberali di Giovanni Malagodi. L’avvocato Gustavo Gamalero, boss dei liberali genovesi, lo ingaggiò per alcune cene elettorali prima delle elezioni regionali: 15mila lire a serata. Più di 20mila, in giro, non se ne spuntavano: per questo gli amici lo aiutarono dopo che la famiglia chiuse o quasi i rubinetti. Lo aiutava anche qualche giovane imprenditore che voleva mettersi in vista; lo aiutava la bella ragazza con la quale stette per quasi dieci anni, Graziella, che vanamente cercò di farsi impalmare;

Affari suoi, o no?

lo aiutava qualche giornalista cui Grillo pietiva qualche buona recensione, e tra questi ha memoria buona Vittorio Siriani, ai tempi al Corriere Mercantile. Insomma lo aiutavano tutti, e va benissimo: ma ce ne fosse uno che non lamenti ingratitudine. In quel periodo i localini di cabaret furoreggiavano: il Kaladium dietro la chiesa di Santa Zita, oppure il Meeting, o ancora il citato Instabile di via Trebisonda che apparteneva al pure citato Luigi De Lucchi, altro mentore di Grillo che tuttavia una sera dovette avvedersi dell’ormai storica ingratitudine del suo ormai ex pupillo. Lo aveva invitato appunto all’Instabile, il 27 dicembre 1977, oltretutto per consegnargli un premio; centinaia di spettatori aspettavano trepidanti, ma niente: Grillo telefonò e fece sapere che non ce la faceva, che era stanco. Disastro: De Lucchi dovette rimborsare tutti i biglietti salvo accorgersi, il giorno dopo, che Grillo in realtà aveva preferito esibirsi in un altro localino, il P4: perché lo pagavano di più.

Beh, a riportare una notizia del genere non ha fato altro che riportare una cosa che nello spettacolo fanno prima o poi tutti. Ma perchè Facci insiste su queste cose e non parla di Paolo Berlusconi e della sua famiglia, Proprietari del Giornale? Ce ne sarebbero di cose interessanti da dire, dato che suo fratello ci governa mentre Beppe Grillo è un comico.


Il vero problema di Grillo, all’epoca, era che a dispetto del talento non aveva ancora un repertorio tutto suo: prendeva a destra e a manca. Il gran suggeritore rimaneva Portento, per il resto rubacchiava qua e là: cantava sempre, tra altre, le canzoni di Pippo Franco che all’epoca nessuno conosceva. O quasi: «Gli organizzai un provino con un boss di Telemontecarlo, il ragionier Moracca, e il Giuse cantò due canzoni con la chitarra», racconta Portento, che certo non nasconde una forte antipatia per Grillo. «Poi Moracca mi prese da parte e mi disse: “Orlando, ma è questo il fenomeno? Uno che canta le canzoni di Pippo Franco?”. Ai tempi Grillo non aveva niente di suo: solo la faccia, i denti digrignati».

Ora finalmente sappiamo che 30 anni fa rubacchiava le canzoni a Pippo Franco. Grazie Facci.

Bullonate. Quanta cattiveria. A ogni modo fu nei primi anni Settanta, per cercar di sfondare, che Grillo provò a trasferirsi a Milano. Pagavano anche 25mila a serata, da quelle parti. Si fece crescere la barba. Andreino, il fratello, tempestò tutti di telefonate affinché lo convincessero a tornare: «Fallo provare ancora un anno, è bravo» gli rispose Portento. Poi, più o meno al terzo anno milanese, la grande occasione: al localino «La Bullona» venne Pippo Baudo con una commissione Rai. Grillo s’inquietò, chiamò Portento, si rispolverarono vecchie battute. La sera fatidica Portento sbarcò alla «Bullona» con una sostanziosa claque e tutto scivolò liscio, o quasi. Grillo, sul suo sito, ha scritto che quella sera “improvvisò un monologo”, ma secondo Portento non improvvisò niente. Anzi, rischiò, perché Baudo fu curiosamente attratto proprio da Portento. Più tardi, anche se il provino del Giuse era andato benissimo, attorno a Portento si formò un capannello dove spuntava il testone di Baudo, e Grillo non resse la scena. Se ne andò, ingelosito. Una scena analoga a quella raccontata da Dino Risi a margine del film «Scemo di guerra», anno 1984: «Già depresso perché ridotto al ruolo di spalla», ha detto il regista al Corriere della Sera, «Beppe si ingelosì del rapporto speciale che avevo con Michel Coluche: e così, per ripicca, fece la mossa classica dell’attore indispettito e si diede malato. Per due mesi dovemmo sospendere le riprese. Finché qualcuno non gli fece sapere che se non fosse tornato avrebbe dovuto pagare una penale. Parola magica: da buon genovese si ripresentò sul set». Il controllo legale chiesto dalla casa cinematografica ebbe buon gioco. Grillo girò altri due film, purtroppo sfortunati e distrutti dalla critica: «Cercasì Gesù» di Luigi Comencini e «Topo Galileo» di Francesco Laudadio. A Dino Risi è rimasto il dente avvelenato: «La cosa che gli è riuscita meglio è la svolta antipolitica, anche perché è più attore oggi di quando cercava di farlo per davvero. Attenzione, però: non c’è niente di vero nel personaggio che interpreta».

Appunto, ma in un mare di minchiate simili, un’informazione così utile si perde... Ancora una volta, grazie Facci.

Te la do io Reggio Calabria. Qui ricomincia l’avventura. E qui si perfeziona la straordinaria attitudine di Grillo di mollare quelli di cui non ha più bisogno. Normale? Dipende. Altri personaggi come Paolo Villaggio e Tullio Solenghi, a Genova, te li raccontano come saldamente legati ad amici e radici genovesi: Grillo no. Trovare qualcuno che te ne parli bene, in città, è un’impresa. Sarà l’invidia. Per cominciare, appena ebbe successo, mollò la fidanzata.

Forse che avessero problemi?

Altri non lo ricordano volentieri: «È l’essere più falso e opportunista che abbia mai conosciuto in vita mia» racconta il presentatore Corrado Tedeschi, «e non ha neanche un pizzico di umanità. C’è stato un periodo in cui ci siamo frequentati insieme alle nostre compagne, pensavo che ci fosse stato un minimo di amicizia, poi seppi che parlava malissimo di me».

Anch’io ho a che fare con gente del genere... ma non lo dico ai giornali.

Pare che Walter Chiari non avesse un’opinione molto diversa, ma vallo a sapere. Anche il rapporto con Portento cominciò ad allentarsi, ma resistette perché ancora utile: dopotutto era stato Portento a scrivere «Te la do io la Francia» nel 1969, ben prima dei fortunati «Te la do io l’America» e «Te lo do io il Brasile»: «Dovevamo anche fare “Te la do io Reggio Calabria”, perché io sono di Bagnana Calabra, ma non se ne fece più nulla» dice l’ex amico. Grillo ormai era lanciatissimo. Nel 1977-78 sulla Rai partecipò a «Secondo voi» e nel 1979 a «Luna Park», stesso anno in cui esordì come presentatore a «Fantastico» assieme a Loretta Goggi, programma di Antonio Ricci. Di lì in poi potrà scegliersi nuovi autori che gli scrivano le battute: Ricci medesimo e Stefano Benni tra questi. Fu il successo vero, e nondimeno i soldi veri che il fratello Andreino prese a gestirgli: anche perché il Giuse non si fidava di nessuno. La Cannelli Grillo era stata ceduta agli stessi operai che ci lavoravano, e cominciarono altri investimenti. L’attico di corso Europa venne trasformato in un centro benessere (massaggi, ecc.) curato da certo professor Mario Miranda: ma l’impresina fallì quasi subito. Ben prima di acquistare una villa al Pevero, in Costa Smeralda, acquistò tre appartamenti nel residence Marineledda nel golfo di Marinella, dove Silvio Berlusconi ha la sua famosa villa.

Fatemi capire, Berlusconi ha una villa in un residence?

Ottenne forti sconti, Grillo, promettendo che sarebbe venuto a fare delle serate di cui non si ha notizia. Fece tutto col fratello, da cui rileverà la maggioranza assoluta (99 per cento) dell’immobiliare Gestimar di Genova. Cominciò anche la sfilza delle belle auto, in ordine sparso: Porsche, Chevrolet Blazer, secondo alcuni una Maserati, e sicuramente, più avanti, una Ferrari 308 bianca e una Ferrari Testarossa (rossa, chiaro) che terrà parcheggiata davanti alla discoteca Davidia di Genova, coperta da apposito telone.

Jeep, ville e guai giudiziari. La vita spericolata di Beppe
Il fustigatore dei pregiudicati fu condannato per aver provocato un incidente nel quale persero la vita due suoi amici e un bimbo. E si salvò da un abuso edilizio con i condoni che adesso critica
Alla fine degli anni Settanta Giuseppe Piero Grillo prende moglie: a Rimini conobbe la proprietaria di una pensioncina, Sonia Toni, e in breve si sposarono. Avranno una figlia, Valentina, e Davide, nato purtroppo con dei problemi motori. Il girovagare di Grillo tra i residence di Roma e Milano, tuttavia, renderà le cose difficili molto presto. Su un importante quotidiano nazionale, pochi anni dopo, la moglie rilascerà un’intervista in cui accuserà il marito di non andarla a trovare praticamente mai e soprattutto di lasciarle sempre pochissimi soldi. Ma oggi i rapporti sono ottimi: anche se si è vista negare, da ex candidata per i verdi a Rimini, il famoso bollino grillesco che suo marito rilascia alle liste civiche. Si è arrabbiata molto.

stendiamo un velo pietoso su questa signora... che ha attaccato a suon di calunnie ed infamie il dottor Stefano Montanari, Tirando in mezzo lo stesso Grillo che della storia nulla sapeva. Non sulla stampa (se non sbaglio è anche giornalista, ma potrei sbagliarmi), ma sul meetup degli amici di Beppe Grillo di Firenze.

Il giorno più nero. Il tardo 1981 e non il 1980, come erroneamente riferito nel suo blog, è l’anno in cui il comico diviene protagonista di un episodio destinato a segnalarlo per sempre. Il 7 dicembre, da Limone Piemonte, decide di partirsene con alcuni amici alla volta di Col di Tenda, un’antica via romana tra la Francia e la Costa ligure: in pratica sono delle strade sterrate militari in alta quota che portano a delle antiche fortificazioni belliche. Con lui ci sono i coniugi Renzo Giberti e Rossana Guastapelle, 45 e 33 anni, col figlio Francesco di 8, oltre a un altro amico che si chiama Alberto Mambretti. Per farla breve: quel viaggio, d’inverno, è una follia. È una strada d’alta quota non asfaltata, e un altro gruppo di amici, nonché un’opportuna segnaletica, sconsigliano vivamente: a esser precisi, la strada è tecnicamente chiusa. Fa niente: Grillo ha uno Chevrolet Blazer, un costoso ed enorme fuoristrada rivestito esternamente di legno e peraltro inquinantissimo. Un quinto amico, Carlo Stanisci, forse si avvede del pericolo e decide di scendere assieme alla fidanzata e al cane. Finisce malissimo: all’altezza di Bec Rouge, alpi francesi, l’auto sbanda su un ruscelletto ghiacciato e scivola verso una scarpata; Grillo riesce a scaraventarsi fuori dall’abitacolo, ma gli altri no, e l’auto rotola nella scarpata per un’ottantina di metri. Mambretti sopravvive non si sa come. I due coniugi muoiono, e ciò che resta del figlio viene trovato sotto la fiancata dell’auto.
Sconvolto, Grillo si rifugia nella casa di Savignone che divide col fratello. Aspettando il processo, non si ferma: ha appena ultimato «Te la do io l’America», nel 1982 è protagonista di «Cercasi Gesù» diretto da Luigi Comencini e nel 1984 l’attende «Te lo do io il Brasile».

Sappiamo tutti che un signore in attesa di processo attende per tutto il tempo che il processo abbia inizio senza lavorare.

E qui c’è un episodio, pure raggelante, raccontato in parte dall’Unità del 21 settembre scorso. Grillo accetta di partecipare alla Festa dell’Unità di Dicomano (nel fiorentino) per un cachet di 35 milioni. La sera dello spettacolo però diluvia, gente pochina e di milioni se ne incassano 15. Flop. I compagni di provincia cercano di ricontrattare il compenso, niente da fare: neppure una lira di sconto. Della segreteria comunista, tutta giovanile, l’unico che ha una busta paga si chiama Franco Innocenti, un 26enne: deve stipulare un mutuo ventennale nonostante abbia la madre invalida al cento per cento.

Se ancora non fosse chiaro, Beppe Grillo non è una fondazione di beneficienza.
Chiami e va male la serata? Perchè l’artista dovrebbe rinunciare al cachet? Organizzati meglio, pirla.

Poi i citati film. Nell’84 c’è il processo per l’omicidio colposo. Emblematico l’interrogatorio in aula: «Quando si è accorto di essere finito su un lastrone di ghiaccio con la macchina?»; «Ho avuto la sensazione di esserci finito sopra prima ancora di vederlo»; «Allora non guardava la strada».

A volte succede... si viaggia e, pur guardando la strada, non si vede la lastra di ghiaccio. non voglio comunque difendere l’indifendibile, e qui Facci avrebbe anche ragione. Grillo è stato imprudente.

Il 21 marzo, dopo una lunga camera di consiglio, Grillo venne assolto dal tribunale di Cuneo con formula dubitativa, la vecchia insufficienza di prove: questo dopo aver pagato 600 milioni alla piccola Cristina di 9 anni, unica superstite della famiglia Giberti. La metà dei soldi furono pagati dall’assicurazione: «La stampa locale, favorevolissima al comico, gestì con particolare attenzione la fase del risarcimento» racconta il collega Vittorio Sirianni. Il Secolo XIX, quotidiano di Genova, s’infiammò con un lungo editoriale a favore dei giudici e dell’avvocato Pasquale Tonolo, ma l’entusiasmo fu di breve durata: l’accusa propose Appello e venne fuori la verità, ossia le prove: il pericolo era stato prospettato, oltretutto, da una segnaletica che nessun giornalista frattanto era andato a verificare. La strada era chiusa al traffico, fine.
La Corte d’appello di Torino, il 13 marzo 1985, lo condannò a un anno e quattro mesi col beneficio della condizionale, ma col ritiro della patente: «Si può dire dimostrato, al di là di ogni possibile dubbio, che l’imputato risalendo la strada da valle, poteva percepire tempestivamente la presenza del manto di ghiaccio (...). L’esistenza del pericolo era evidente e percepibile da parecchi metri, almeno quattro o cinque, e così non è sostenibile che l’imputato non potesse evitare di finirci sopra», sicché l’imputato «disponeva di tutto lo spazio necessario per arrestarsi senza difficoltà», ma non lo fece, anzi decise «consapevolmente di affrontare il pericolo e di compiere il tentativo di superare il manto ghiacciato. Farlo con quel veicolo costituisce una macroscopica imprudenza che non costituisce oggetto di discussione».
Non andrà meglio in Cassazione, l’8 aprile 1988: pena confermata nonostante gli sforzi dell’avvocato Alfredo Biondi, che nel settembre scorso è stato peraltro inserito da Grillo nella lista dei parlamentari condannati e dunque da epurare: il reato fiscale di Biondi in realtà è stato depenalizzato e sostituito da un’ammenda, tanto che non figura nemmeno del casellario giudiziario, diversamente dal reato di Grillo che perciò, secondo la sua proposta di non candidatura dei condannati, non potrebbe candidare se medesimo.

E qui il magistrale Facci scorda di riportare quanto asserito da grillo stesso nel suo blog: "Sono stato condannato a un anno e 4 mesi. Non mi candiderò al parlamento"

La villa di Sant’Ilario. Ma la vita continua. Nel 1986, poco in linea con certe sue intransigenze future, fu protagonista di alcuni spot per gli yogurt Yomo: «Ci hanno messo 40 anni per farlo così buono», diceva indossando una felpa con scritto «University of Catanzaro». «Lo yogurt è un prodotto buono», si difese lui. Per quella pubblicità vinse un Telegatto.

Ora, sempre grazie al sommo Facci, sappiamo che 20 anni fa, Beppe Grillo la pensava diversamente da oggi.

È il periodo in cui andò a vivere a Sant’Ilario, la Hollywood di Genova: una bellissima villa rosa salmone, affacciata sul Monte di Portofino, con ulivi e palme e i citati frutti e ortaggi di plastica. Non fece scavare una piscina, ma due: cosa che piacque poco ai vicini e soprattutto al dirimpettaio Adriano Sansa, già poco entusiasta del terrazzo di 100 metri quadri che Grillo fece interamente ricoprire inciampando in un clamoroso abuso edilizio cui pose rimedio con uno di quei condoni contro cui è solito scagliarsi. Qualche modesto provincialismo anche all’interno, tipo la foto di lui avvinghiato a Bill Clinton appoggiata sopra il pianoforte.

che scandalo, uno che mette una sua foto con il presidente USA in salotto.

Poi c’è la telenovela dei pannelli solari, pardon fotovoltaici. L’ex amministratore delegato dell’Enel, Chicco Testa, si è espresso più volte: «Grillo diceva che a casa sua, con il solare, produceva tanta energia da vendere poi quella in eccesso. Ma feci fare una verifica e venne fuori che da solo consumava come un paesino». In effetti si fece mettere 20 kilowatt complessivi contro i 3 kilowatt medi delle case italiane, sicché consumava e consuma come 7 famiglie. L’Enel, dopo varie lagnanze di Grillo, nel 2001 decise di permettere l’allacciamento alla rete degli impianti fotovoltaici (come il suo) e addirittura di rivendere l’elettricità in eccesso all’Enel stessa: quello che lui voleva. Il suo contratto di fornitura, con apposito contatore, fu il primo d’Italia.

come sarebbe giusto che fosse, per tutti... o forse è meglio investire in nucleare e in incenerimento di rifiuti? Cosa che il Facci, tranquillamente, tace.

E da lì parte la leggenda dell’indipendenza energetica di Grillo: in realtà il suo impianto di Grillo è composto da 25 metri quadrati di pannelli e produce al massimo 2 kilowatt, buoni per alimentare il frullatore e poco altro.

Il frullatore consuma due kwh? Nonna, spegni le lampadine e la tv, o salta il contatore.

A ogni modo le polemiche ambientaliste di Grillo ebbero a salire proprio in quel periodo: «Anche Chicco Testa dovrebbe essere ecologista, e tutto quello che sa dire è che ci vuole più energia quando il 90 per cento di energia di una lampadina va sprecata. Non si tratta di produrre più energia, ma di risparmiarla». Giusto. Lui però intanto consumava, e consuma, come una discoteca di Riccione

Mai pensato di controllare in cosa e come li spende? l’importante è dire che li spende. Non scordiamoci che ha un figlio disabile e forse qualche apparecchiatura va per lui.

L’antipolitica di Beppe, business da 4 milioni
Il suo sito è classificato come "commerciale". Le bugie del comico su macchine e barche. Ogni volta ha tentato di bloccare i libri che parlavano della sua vita
Quest’ultima puntata è dedicata alla decodificazione di alcune balle su Beppe Grillo e di Beppe Grillo. Anzitutto delle precisazioni. Come visto, Giuseppe Piero Grillo non ha solo fruito due volte di un condono fiscale tombale, ma anche di un condono edilizio nella sua villa di Sant’Ilario. Come visto, poi, la pretesa di impedire la candidatura di chi abbia avuto delle condanne penali in giudicato (regola che non esiste in nessun Paese del mondo) precluderebbe ogni candidatura di Beppe Grillo medesimo, che è pregiudicato per omicidio colposo plurimo.

Già detto... ma occupare carta non significa scrivere. la prof me lo segnava sul tema d’italiano, quando mi ripetevo.

A questa condanna, raccontata nella puntata di ieri, va aggiunto un patteggiamento per aver definito Rita Levi Montalcini «vecchia p...» in un suo spettacolo del 2001: dovette pagare 8400 euro e la causa civile è ancora in corso, anche perché Grillo sostenne che la scienziata ottenne il Nobel grazie a un’azienda farmaceutica.

Non ci sarebbe da stupirsi dietro agli interessi della fondazione. basti vedere il curriculum dell’ultimo nobel per la pace, o del nobel, sempre per la pace, a kissinger.

A proposito dei referendum promossi dalle piazze grillesche, invece, vediamo che anche il promotore Antonio Di Pietro invoca che un parlamentare non resti tale per più di due mandati: ma non ha detto che lui, di mandati, ne ha già collezionati cinque, per un totale di anni 11. Anche Marco Travaglio, venerdì, ha tuonato contro i finanziamenti pubblici all’editoria: ma non ha detto che il suo giornale, l’Unità, percepisce più contributi di tutti, e non «come tutti i giornali italiani» (parole sue, rivolte alla folla beona del V-day), bensì nella modalità assai più danarosa riservata alla stampa politica; dalla Rai all’Unità, insomma, Travaglio è pagato coi soldi dei contribuenti.

Giordano e Facci no? Curioso che un giornale come l’Unità (edito da Mondadori) sia organo del PD. ma perchè facci non fa notare queste contraddizioni in una libera repubblica?

Per chiudere con la manifestazione di venerdì: Piazza San Carlo è grande 168 per 76 metri, dunque 12.768 metri quadri che moltiplicati per 3 (tre persone ogni metro, e sono già tante) dà 38.304 persone totali, non 120mila come dal blog di Grillo: «Eravamo in 120.000. Chi era presente lo sa e anche chi può informarsi in Rete».
Il Grillo censore
Grillo non a caso riconosce solo la rete, per quanto la cosa, nel tempo, si sia configurata come un’ossessiva paura del confronto. Interviste non ne rilascia, ed è nota l’esperienza del giornalista Sandro Gilioli: nel gennaio scorso si mise d’accordo col comico per un’intervista di quattro pagine, ma poi si vide respingere le domande perché definite «offensive e indegne»: tuttavia, una volta rese pubbliche, si sono rivelate del tutto ordinarie.

l’ultima frase è palesemente falsa... come tutti, rilascia interviste con chi vuole.

Poi c’è il capitolo libri: Grillo, semplicemente, è solito bloccare qualsiasi volume che lo riguardi. Nel 2003 fece diffidare e bloccare «Grillo da ridere» di Kaos edizioni, biografia a lui favorevole: la scusa fu che conteneva un’eccedenza di testi dei suoi spettacoli. Nel 2007 invece ha diffidato e bloccato «Chi ha paura di Beppe Grillo?» di Emilio Targia, Edoardo Fleischner e Federica De Maria, scritto per Longanesi: tre studiosi che hanno seguito Grillo per anni; aggiornato due volte, Longanesi infine ha lasciato perdere per non avere grane. Il libro, dopo che per analoghi motivi era stato rifiutato da ben 23 editori, è uscito infine per Selene edizioni giusto in questi giorni. La biografia «Beppe Grillo» uscita infine per Aliberti, e scritta da Paolo Crecchi e Giorgio Rinaldi, è nelle librerie dal novembre scorso nonostante le minacce fatte recapitare da Grillo, ai due autori, a mezzo del giornalista della Stampa Ferruccio Sansa, figlio del suo dirimpettaio Adriano.

Ma non erano ai ferri corti per via delle piscine e degli abusi? lasciamo perdere, dato che per questo signore una persona che vuole tutelare il suo nome è un maniaco compulsivo.

Tutte le cause, infine, per risparmiare, sono promosse dallo studio legale del figlio di suo fratello Andrea. Va anche detto che l’atteggiamento di Grillo, casta di se stesso, probabilmente non è solo ascrivibile alla preservazione di un culto della propria personalità: semplicemente, vuole essere l’unico a guadagnare col proprio nome.

Allora, secondo Facci, domani mi metterò a parlare a nome di Berlusconi, ne ho il pieno diritto.

Il blog che non lo è Sotto questo profilo, la definizione corretta del suo celebre blog, aperto il 26 gennaio 2006, è «sito commerciale»: come tale è infatti classificato. I numeri parlano chiaro: un anno prima del blog, nel 2004, Grillo ha fatturato 2.133.720 euro; nel 2006, due anni dopo, ne ha fatturati 4.272.591. La politica del Vaffanculo sta rendendo bene. Nel citato «Chi ha paura di Beppe Grillo», i tre autori hanno monitorato il sito per tre anni osservando come Grillo, spesso con la scusa della battaglia per la democrazia e il finanziamento dei V-day, venda ogni genere di gadget: video del V-day, dvd dello spettacolo Reset, libro «Tutte le battaglie di Grillo», eccetera. Anche i circolini politici rendono: chi vuole aprire un fan club deve pagare 19 dollari per un mese (dollari, perché la piattaforma è negli Usa) che sono scontati a 72 per chi prenota un semestre. Per ora i circoli sono poco più di 500, ed è già un bel rendere.

L’innalzamento del fatturato si chiama marketing. I 19 dollari vanno al signor meetup e non a Beppe Grillo. Per informazione io sono organizer del http://beppegrillo.meetup.com/215

Il moralista

Solo alla rete e a Grillo, dunque, dovremmo affidare le verità su Grillo. Tipo questa: «Ho avuto una Ferrari, ma l’ho venduta». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di Ferrari ne ha avute due, più Porsche, Maserati, Chevrolet Blazer, eccetera.

E ora?

Oppure, sempre parole sue: «Ho due case, una a Genova e una in Toscana». Fine. Salvo scoprire, certo non sulla rete (certo che no, queste notizie le stiamo sentendo alla TV) che una in effetti è a Bibbona, Livorno, 380 metri quadri e 5.600 metri quadri di terreno; ma risulta intestato a lui anche l’appartamento di Rimini dove stava con l’ex moglie (Ma il giudice a chi ha assegnato la casa coniugale? anche qui facci glissa) senza contare che la Gestimar, la sua società immobiliare gestita dal fratello, possiede i tre appartamenti a Marinelledda, una villa a Porto Cervo, due locali più garage a Genova Nervi e infine un esercizio commerciale a Caselle, oltreché un garage in Val d’Aosta. Oppure, ancora: «Ho avuto la barca, ma l’ho venduta». Salvo scoprire, certo non sulla rete, che di barche ne avute diverse; una forse l’avrà anche venduta, ma il panfilo «Jao II» di 12 metri, in realtà, risulta affondato alla Maddalena il 5 agosto 1997. C’erano a bordo anche Corrado Tedeschi (che oggi odia Grillo pubblicamente) con la sua compagna Corinne. La barca finì su una secca peraltro segnalatissima, e fu salvato dalla barca dei Rusconi, gli editori. Grillo fu indagato per naufragio colposo, procedimento archiviato. Un’altra volta, il 29 maggio 2001, riuscì nell’impresa si insabbiare un gommone nel profondissimo mar Ligure, alla foce del Magra: con lui c’era Gino Paoli, fu una giornata senza fine.

Meno male che ce lo dice Facci...

Del condono tombale chiesto e ottenuto per due anni e per due volte dalla citata Gestimar, dal 1997 al 2002, diamo conto velocemente. Fu certo lecito, ma non obbligatorio.

Qualcuno mi spiega che significa?

Il problema è che era esattamente il genere di condono contro il quale Grillo si era scagliato più volte, e in particolare con una lettera indirizzata al direttore di Repubblica risalente al giugno 2004. Se vorrà ne riparlerà Grillo medesimo, tra un vaffanculo e l’altro.
Il nuovo Coluche Difficile scacciare l’idea che Grillo non sogni di potersi ispirare un giorno a Michel Coluche, l’attore e comico francese che peraltro ebbe l’onore di conoscere sul set del film «Scemo di guerra» di Dino Risi: «Beppe si ingelosì molto del rapporto speciale che avevo con Michel», ha detto il regista. pardon, ma non l’ha già scritto? ripeto, se in un tema alle medie scrivevo due volte la stessa cosa la professoressa me lo scriveva: "ripetizione". questo guadagna milioni e nessuno glielo fa notare.

Coluche, idolo del box office transalpino, dai suoi spettacoli metteva alla gogna i politici e un bel giorno annunciò la candidatura all’Eliseo. Si ritirò solo all’ultimo, ma i sondaggi parevano garantirgli una messe incredibile di voti.
Forse qualcuno avrebbe potuto già insospettirsi dall’esordio cinematografico di Grillo: «Cercasi Gesù», dove appunto interpretava un Cristo moderno anticipando la sindrome «Joan Lui» dell’altro aspirante santone, Adriano Celentano. Anche la discesa in campo di Silvio Berlusconi nel 1994, e relativo successo, deve averlo alquanto impressionato. Come rilevato da Libero il 3 ottobre scorso, Grillo mise il suo primo bollino elettorale proprio su Berlusconi: «Sono da mandare via, da mandare via questa gente qua, da votare gli imprenditori, ecco perché sono contento che è venuto fuori Berlusconi: lo voglio andare a votare».

Curiosamente tralascia il fatto che parlava sarcasticamente...

E qui siamo appunto nel 1994. Nella primavera successiva, vediamo, Grillo modificò il suo giudizio e lo spruzzò di venature appena megalomani: «Candidarmi sarebbe un gioco da ragazzi, prenderei il triplo del Berlusca»

Ma non l’ha mai fatto...

disse a Curzio Maltese su Repubblica. «Mi presento in tv e dico: datemi il vostro voto che ci divertiamo, sistemo due o tre cose. Un plebiscito». Poi, nel 2003, la svolta: «Per arrivare a Berlusconi dobbiamo essere diventati parecchio stupidi». Già covava. Ma una vera discesa in campo, Giuseppe Piero Grillo, non l’ha ancora fatta. Deve ancora discuterne col commercialista.

La Casaleggio associati, lo sappiamo.



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domenica 26 ottobre 2008 - ore 12:36


Clima ed Energia: Italia voce stonata nella lotta ai cambiamenti climatici‏
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CLIMA ED ENERGIA: L’ITALIA, INSIEME AD ALCUNI PAESI DELL’EST, E’ L’UNICA VOCE STONATA SULLA LOTTA AI CAMBIAMENTI CLIMATICI



Il pacchetto clima, negoziato dai 27 Paesi membri dell’UE, mira a ridurre il 20% di CO2, aumentare del 20% i consumi di energia da fonti rinnovabili, e aumentare del 20% l’efficienza energetica entro il 2020. L’Italia negli ultimi anni ha gia di per sè aumentato le emissioni di gas climalteranti in atmosfera del 7,9% rispetto al trend positivo di drastica riduzione di gas serra degli altri Paesi membri; un aspetto che denota la presenza di un industria assistita, poco innovativa e al tempo stesso inquinante.

L’Italia chiede la rinegoziazione perché il pacchetto clima-energia va a discapito delle imprese: un salasso in pratica per un modo di intendere e volere arcaico. Che il Bel Paese sia ormai una sorta di contenitore vuoto in tema energetico è oramai risaputo. Non esiste una politica energetica seria che guardi alle reti corte, in particolar modo sulla promozione delle fonti rinnovabili con rete corta. Il nostro Paese pur essendo dislocato nel bacino del Mediterraneo, dove l’offerta di zone a forte irraggiamento solare non mancano, vi sono poche e timide iniziative politiche ed economiche, e delle volte anche distruttive, che mirano a sviluppare la produzione di energia dal “Dio Sole”.

Un esempio su tutti è la bocciatura da parte della Commissione Ambiente della Camera sulle proroghe degli sgravi fiscali del 55% per gli interventi sul risparmio energetico e la promozione delle fonti rinnovabili in edilizia. Anche i più illustri esperti mondiali nome Rifkin, economista di grosso calibro, sono convinti della necessità di agire attraverso una “rivoluzione industriale” che punti maggiormente sulla ricerca dei nuovi materiali, della diffusione delle reti corte, ad una maggiore presa di coscienza del problema dell’autonomia energetica che parta dal basso. Il Governo Berlusconi, dal canto suo, punta a risolvere il problema dei rifiuti attraverso il meccanismo dei CIP6, ora estesi anche all’incenerimento per mezzo dei termovalorizzatori.

Le Società titolari dell’impiantistica potranno in questo modo usufruire del contributo statale per effetto di un provvedimento-emendamento presentato in parlamento dall’attuale Ministro dell’Ambiente Stefania Prestigiacomo. In questo modo si ampliano i benefici statali relativi alla promozione di un rinnovabile assimilato ai rifiuti: la frazione secca dei rifiuti (carta e plastica) differenziata diviene combustibile ad alto contenuto energetico da poter poi utilizzare per produrre energia elettrica. Una stortura tutta italiana che allontana il nostro Paese dal resto d’Europa.

Allo stesso modo diventa paradossale e pericoloso aver trasmutato il recupero dei rifiuti in recupero energetico. In questo modo si è dato il via anche all’utilizzo del CDR (Combustibile Derivato da Rifiuti) per le centrali a biomasse, uscendo clamorosamente fuori dal concetto di biomassa inteso come scarto vegetale da attività selvicolturali. Rendere un Paese autonomo energeticamente non significa puntare sull’impiantistica con mega centrali, inceneritori, eolico selvaggio, false centrali a biomassa, un minestrone affaristico-speculativo al sol beneficio delle tasche di un certo modo di fare impresa, ma rendere libero il cittadino di poter scegliere l’energia rinnovabile da produrre e consumare in proprio, con il mini eolico, con le fattorie energetiche della biomassa (quella vera), con il solare-fotovoltaico.

Superare le reti di grande distribuzione è una sfida possibile da perseguire grazie ad un coinvolgimento diretto del mondo industriale e para-industriale. Una società che decide di puntare sulla produzione di nuovi materiali applicati alla bioedilizia ne è un esempio tangibile e possibile, quindi possibile da attuarsi. Ma rete corta significa anche decidere e attuare una riconversione dei trasporti da gomma a rotaia, attraverso un vero ammodernamento infrastrutturale delle reti esistenti; dei mezzi di trasporto pubblici; dello stesso comparto automobilistico italiano che dovrebbe cominciare a puntare verso produzioni pulite, auto ibride per poi raggiungere la meta dell’idrogeno.

La politica può fare la sua parte con provvedimenti ad hoc, responsabili e quindi coscienziosi, come l’incentivazione della ricerca applicata alle nuove tecnologie e dei nuovi materiali, a discapito delle vecchie ed obsolete tecniche di produzione energetica come il carbone e il petrolio, fonti fossili da cui derivano i maggiori problemi di emissioni e quindi dell’allontanamento dagli obiettivi prefissati dal prima e dopo Kyoto. Ma esiste anche il paradigma del nucleare propinato come soluzione immediata per far fronte al gap energetico italiano. Un azione però inconsistente, in quanto si cerca di far spacciare come realistico lo scenario di “eco centrali” nucleari da attivare il più presto possibile, come soluzione tra le diverse alternative di rischio: combattere i cambiamenti climatici con gli incalcolabili rischi delle centrali nucleari.

Un agire di questo Governo che va verso quella direzione. Rinegoziare servirebbe solo a perdere ancora tempo, quello con cui devono confrontarsi gli uomini che quotidianamente devono competere, quelli che devono far girare i mercati, l’economia di un Paese in forte ritardo rispetto al resto d’Europa. Che la nostra possa essere definita una sorta di economia residuale è un concetto che si manifesta proprio nel settore energetico ancora relegato al diritto minerario (come ai tempi del vecchio West) e, cosa ancor più grave, l’imposizione politica che permette di sottostimare volutamente i pericoli derivati dal nucleare e amplificare la catastrofe ambientale, a danno dei rimedi (risparmio energetico e fonti rinnovabili) messi dietro l’angolo di una profonda ombra.

Vito L’Erario
Presidente Accademia Kronos Basilicata

FONTE: Pandosia.org




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domenica 26 ottobre 2008 - ore 12:35


Ignorare la tv
(categoria: " Vita Quotidiana ")



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Riesco ad ignorare la tv con una nonchalance che fa invidia a qualcuno ma che ai più non è comprensibile.
Come puoi non guardarla? Non hai la parabola? Ma come... Italia1 non si vede?
La nonchalance è l’arte di fare una cosa strana come se fosse normalissima. La sostanza è farla perché ci credi. Io credo che la tv sia uno degli elettrodomestici più dannosi e sono convinto che se ne possa tranquillamene fare a meno. Non dico di buttarla fuori di casa, potreste colpire qualcuno e procurarvi seri guai... ma se resta accesa più di un’ora al giorno mi viene da pensare.

La tv non... La tv non consente interazione, la tv non è socializzante.
Ma quel che è peggio, è il più invadente dei me zzi di comunicazione e ci vomita nell’intimità del nostro focolare domestico camionate di melmosa banalità.
In più, può portarci a sbiadire la percezione della realtà concreta, a fare del “visto in tv”, della finzione e della esagerazione, la realtà a cui ci affidiamo.
La tv come media ha una regola elementare che tende a rispettare rigorosamente: come mass media rivolge i propri messaggi ad un pubblico il più ampio possibile, e questo avviene mediando tutto, semplificando tutto, essendo convenzionale. Quanto più la soglia di comprensione critica è abbassata, tanto più i messaggi passeranno facilmente, il pubblico sarà più ampio. Se la tv riesce a sdoganare la pochezza, la volgarità, la menzogna… il gioco è fatto: se lo fanno o lo dicono in tv allora in qualche modo va bene.
La tivù può svuotare la personalità di chi v i si affida e generare un inconsapevole “rilassamento intellettivo”, chiamiamolo così.

La tv "per i bambini"? Per i bambini – che stanno strutturando la propria personalità e sono fortemente influenzabili - la tv è un vero orco, potenzialmente almeno. Cosa vedono in tv i bambini, o meglio cosa colgono?
Esempi, esempi di vita. Vita simulata ma incredibilmente attraente. Esempi spesso negativi, spesso finti, spesso mendaci, modelli non adeguati all’età: qualche sera fa ho visto Pupo con un bambino vestito da adulto che scimmiottava i cantanti adulti, seguito da una band di bambini che facevano altrettanto. Bravi, bravissimi a suonare ma impostati su un modello che appartiene ad un’altra età.

La tv sta meglio... L’esposizione prolungata ai programmi televisivi ruba tempo al gioco e induce i bambini a ri petere schemi stereotipati che come tali inibiscono la loro creatività.

La tv sta meglio spenta.



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giovedì 23 ottobre 2008 - ore 09:16


Appello SIMM
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Appello SIMM: ritirare l’emendamento che modifica l’art. 35 del T.U.!
Un atto inutile e dannoso anzi pericoloso.
Nell’ambito della discussione in Senato del cosiddetto “Pacchetto Sicurezza” (atto 733), in commissione congiunta Giustizia ed Affari Costituzionali, è stato depositato da quattro senatori ed una senatrice della Lega Nord un emendamento che mina radicalmente uno dei principi base della politica sanitaria nei confronti dei cittadini stranieri nel nostro paese e cioè la garanzia di accessibilità ai servizi per la componente irregolare e clandestina.
Sono previste due modifiche al comma 4 e comma 6, e l’abrogazione del comma 5 dell’articolo 35 del Decreto Legislativo 286 del 1998 (Testo Unico sull’immigrazione).
Partiamo dal comma 5, la cui cancellazione è di estrema gravità: esso infatti attualmente prevede che “l’accesso alle strutture sanitarie (sia ospedaliere, sia territoriali) da parte dello straniero non in regola con le norme sul soggiorno non può comportare alcun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”. Questa disposizione normativa è presente nell’ordinamento italiano già dal 1995, attraverso l’art. 13, proposto da una vasta area della società civile, del decreto legge n. 489/95, più volte reiterato, voluto ed approvato dal centro destra anche con i voti della Lega. La “logica” della norma non è solo quella di “aiutare/curare l’immigrato irregolare” (per altro deontologicamente assolutamente corretta!) ma in particolare di tutelare la collettività come prevede l’articolo 32 della Costituzione; il rischio di segnalazione e/o denuncia contestuale alla prestazione sanitaria, creerebbe una barriera insormontabile per l’accesso e
spingerebbe ad una “clandestinità sanitaria” pericolosa per l’individuo ma anche per la popolazione laddove possano esserci malattie trasmissibili. Ormai esiste una significativa documentazione sul tema, compresa la posizione della Federazione degli ordini dei medici italiani, di alcune Società scientifiche e dei Ministri della sanità europei ... che sottolineano l’indispensabilità di questa impostazione per garantire concretamente la salute per tutti (è assolutamente intuitivo come le malattie non facciano distinzione di etnia, status giuridico o colore della pelle). L’effetto della cancellazione di questo comma vanificherebbe il lavoro fatto negli ultimi 13 anni che ha prodotto importanti successi nell’ambito sanitario tra gli immigrati testimoniato ad esempio dalla riduzione dei tassi di Aids, dalla stabilizzazione di quelli relativi alla Tubercolosi, dalla riduzione degli esiti sfavorevoli negli indicatori materno infantili (basso peso alla nascita, mortalità perinatale e neonatale ...). E tutto questo con evidente effetto sul contenimento dei costi in quanto l’utilizzo tempestivo e appropriato dei servizi (quando non sia impedito da problemi di accessibilità) si dimostra non solo più efficace, ma anche più “efficiente” in termini di economia sanitaria.
La modifica al comma 4 (vedi allegato) introduce invece un rischio di discrezionalità che amplificherebbe la difficoltà di accesso facendo della “barriera economica” e dell’eventuale segnalazione (in netta contrapposizione al mandato costituzionale di “cure gratuite agli indigenti”), un possibile strumento di esclusione, forse compromettendo la stessa erogazione delle prestazioni.
Il comma 6 (vedi allegato), sembra invece soltanto un aggiustamento rispetto al mutato quadro delle competenze sanitarie a seguito del processo di devoluzione.
Riteniamo pertanto inutile e dannoso il provvedimento perchè:
 spingerà all’incistamento sociale, rendendo invisibile una popolazione che sfuggirà ad ogni forma di tutela sanitaria e di contatto sociale legittimo;
 potrà produrre percorsi sanitari ed organizzazioni sanitarie parallele al di fuori dei sistemi di controllo e di verifica della sanità pubblica (rischio di aborti clandestini, gravidanze non tutelate,
minori non assistiti, ...);
 creerà condizioni di salute particolarmente gravi poiché gli stranieri non accederanno ai servizi se non in situazioni di urgenza indifferibile;
 avrà ripercussione sulla salute collettiva con il rischio di diffusione di eventuali focolai di malattie trasmissibili a causa dei ritardi negli interventi e la probabile irreperibilità dei destinatari di interventi di prevenzione;
 produrrà un significativo aumento dei costi in quanto comunque le prestazioni di pronto soccorso dovranno essere garantite e le condizioni di arrivo saranno significativamente più gravi e necessiteranno di interventi più complessi e prolungati;
 spingerà molti operatori ad una “obiezione di coscienza” per il primato di scelte etiche e deontologiche.
Riteniamo estremamente pericoloso il provvedimento poichè soprattutto in un momento di trasformazione sociale e di sofferenza economica, questo atto va ad intaccare il cosiddetto “capitale sociale”1 della società (contrasto tra italiani e stranieri, diritti negati e nascosti, radicale differenza nella vision dell’approccio professionale) che una significativa letteratura scientifica definisce condizione per una deriva nel conflitto sociale (le cui prime avvisaglie stiamo già vivendo negli ultimi tempi).
Come medici ed operatori sanitari ci appelliamo perchè piuttosto che logiche di partito prevalga, alla luce delle evidenze tecnico scientifiche e di consolidate politiche sanitarie, un approccio
intelligente e concreto di sanità pubblica come è già avvenuto nel 1995.
Il Consiglio di Presidenza della Società Italiana di Medicina delle Migrazioni
1 Per “capitale sociale” si intende la fiducia, le norme che regolano la convivenza e le relazioni interpersonali, formali e
informali, essenziali per il funzionamento dell’organizzazione sociale.


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giovedì 23 ottobre 2008 - ore 09:10


Derivati, una bomba da 700 trilioni di dollari‏
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ALLELUIA, MIRACOLO, SI SONO ACCORTI DI QUELLO CHE C’E’ IN GIRO, ma questi signori che regolano e governano la nostra economia e praticamente la nostra vita, dove sono stati fino ad adesso?? Sembra che si siano svegliati tutti di colpo, per anni hanno permesso, nel nome dello sviluppo, che succedesse di tutto; abbiamo avuto personaggi sinistri come il ” gufo nero ” della FED che ha fatto più danni di quelli che avrebbe provocato una guerra nucleare, prestigiatori che con formule matematiche hanno costruito castelli in aria e tutti zitti, governatori di banche centrali con il paraocchi e la fissa dell’inflazione mentre all’orizzonte si addensava la catastrofe, lo sviluppo inanzitutto, ma quale e a quale prezzo?.E adesso arrivano, freschi e belli, come se tutto fosse successo dalla sera alla mattina; ma dove sono stati fino ad adesso?? Noi cittadini comuni possiamo non esserci accorti di nulla ( anche se non è così ; ), ma non loro. Ridicole le affermazioni di Draghi,la sua come quella di altri personaggi da operetta ( basta leggere i giornali ) ,o meglio da tragedia, presenti sulla scena mondiale, una presa per il culo colossale. Prepariamoci al peggio perchè questi non sanno neanche da che parti sono girati.

di WSI
Mario Draghi ha dato l’allarme, seguendo dopo 5 anni il warning di Warren Buffett: i derivati (sul credito, sulle valute e sui tassi d’interesse) sono arrivati a numeri da far paura. E i rischi sono senza precedenti.
Il governatore della Banca d’Italia Mario Draghi ha dato l’allarme, ieri, con un ritardo di ben 5 anni e mezzo rispetto al warning di Warren Buffett: i derivati (sul credito, sulle valute, sui tassi d’interesse e su quant’altro) sono diventati un pericolo troppo serio per i mercati finanziari perche’ non siano d’ora in poi sottoposti a controlli. “Se adoperati senza adeguata considerazione dei rischi consentono una moltiplicazione senza controllo della leva finanziaria” ha detto Draghi. Warren Buffett, l’uomo piu’ ricco del mondo, in tempi non sospetti, il 4 marzo 2003, defini’ i derivati “un’arma di distruzione di massa che pone rischi mega-catastrofic i per i mercati finanziari” (leggere l’articolo. Non si parla di miliardi, ma di trilioni, per l’esattezza circa $700 trilioni di derivati relativi a strumenti di credito (gli ormai famosi Credit Default Swaps, o CDS), valute, tassi e ad altri strumenti finanziari. Un ammontare difficile da scrivere in cifre perche’ ha troppi zeri. Una montagna di denaro a rischio, che fa paura.
Sotto c’è l’articolo di Buffet, purtroppo è in inglese, ma cambia poco:

Buffett warns on investment ‘time bomb’

Derivatives are financial weapons of mass destruction
Warren Buffett
The rapidly growing trade in derivatives poses a “mega-catastrophic risk” for the economy and most shares are still “too expensive”, legendary investor Warren Buffett has warned.
The world’s second-richest man made the comments in his famous and plain-spoken “annual letter to shareholders”, excerpts of which have been published by Fortune magazine.
The derivatives market has exploded in recent years, with investment banks selling billions of dollars worth of these investments to clients as a way to off-load or manage market risk.
But Mr Buffett argues that such highly complex financial instruments are time bombs and “financial weapons of mass destruction” that could harm not only their buyers and sellers, but the whole economic system.
Contracts devised by ‘madmen’
Derivatives are financial inst ruments that allow investors to speculate on the future price of, for example, commodities or shares - without buying the underlying investment.

Derivatives generate reported earnings that are often wildly overstated and based on estimates whose inaccuracy may not be exposed for many years
Warren Buffett
Derivates like futures, options and swaps were developed to allow investors hedge risks in financial markets - in effect buy insurance against market movements -, but have quickly become a means of investment in their own right.
Outstanding derivatives contracts - excluding those traded on exchanges such as the International Petroleum Exchange - are worth close to $85 trillion, according to the International Swaps and Derivatives Association.
Some derivatives contracts, Mr Buffett says, appear to have been devised by “madmen”.
He warns that derivatives can push companies onto a “spiral that can lead to a corporate meltdown”, like the demise of the notorious hedge fund Long-Term Capital Management in 1998.
Derivatives are like ‘hell’

Large amounts of risk have become concentrated in the hands of relatively few derivatives dealers … which can trigger serious systemic problems
Warren Buffett
Derivatives also pose a dangerous incentive for false accounting, Mr Buffett says.
The profits and losses from derivates deals are booked straight away, even though no actual money changes hand. In many cases the real costs hit companies only many years later.
This can result in nasty accounting errors. Some of them spring from “honest” optimism. But others are the result of “huge-scale fraud”, and Mr Buffett points to the US energy market, which relied for most of its deals on derivatives trading and resulted in the collapse of Enron.
Berkshire Hathaway, the investment group led by Mr Buffett, is pulling out of the market, closing down the derivatives trading subsidiary it bought as part of a huge reinsurance company a few years ago.
In his lette r Mr Buffett compares the derivatives business to “hell… easy to enter and almost impossible to exit”, and predicts that it will take years to unwind the complex deals struck by its subsidiary General Re Securities.
Warren Buffett, dubbed “the sage of Omaha”, from where he controls Berkshire Hathaway, is well-known for both his blunt assessments of the markets and the high returns he delivers to shareholders.
This year, he remains cool towards further share investments, despite the sharp correction in stock market values. Mr Buffett says this “dismal fact is testimony to the insanity of valuations reached during The Great Bubble”.
Berkshire backyard barbecues
A good friend of Bill Gates, he famously refused to invest in technology shares during the boom years that came to a sudden end in March 2000. As a result, Berkshire was sitting pretty after the technology bubble burst.
In marked contrast to the hu bris of former managers at fallen firms like Enron and WorldCom, Mr Buffett is known for his down-to-earth style, summoning shareholders not to glitzy hotels but “Berkshire backyard barbecues” and baseball games in out-of-the-way Omaha, Nebraska.
But his strategy of identifying undervalued companies with good management in unfashionable retail sectors or the insurance industry and investing in them for the long-term has produced spectacular returns.
During the past 37 years, the company has delivered an average annual return of 22.6%. Since 1965 the company’s book value has gone up by 194,936%.
However in 2001, the last year for which detailed numbers are available, heavy losses in the insurance industry worldwide resulted in a $3.77bn loss at Berkshire Hathaway - the first loss in the firm’s history under Warren Buffett.


Story from BBC NEWS:
http://news.bbc.co.uk/go/pr/fr/-/2/hi/business/2817995.stm

Published: 2003/03/04 13:32:10 GMT

© BBC MMVIII



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