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ORA VORREI TANTO...

trovare nà cazzo di 500 abart in buone condizioni





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OGGI IL MIO UMORE E'...

lolloso




ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...



ORA VORREI TANTO...







PARANOIE


Nessuna scelta effettuata

MERAVIGLIE


Nessuna scelta effettuata

He couldn’t believe how easy it was,
he put the gun into his face...

BANG!

(so much blood for such a tiny little hole)



Qual’è la cosa più importante che ti sei giocato a testa o croce?




...Mi ritrovo a ridere forte e mi sento proprio un imbecille! Mi succede raramente... Di ridere forte, intendo


I chimici sono dei maghi con la materia. Pescano nuovi materiali dalla terra, dall’aria e dagli oceani e producono forme di materia che forse non esistono altrove nell’universo. Comunque a differenza dei maghi, il loro metodo è razionale, essi basano le loro operazioni sulla profonda conoscenza di come gli atomi si legano tra di loro e possono essere indotti a nuove combinazioni. Oggi i chimici hanno il completo dominio della materia.







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sabato 19 dicembre 2009 - ore 20:52


Videodrome
(categoria: " Vita Quotidiana ")





Se un regista e/o uno sceneggiatore colpiscono la mia attenzione con un film, generalmente decido di visionare tutte le loro produzioni, in modo tale da poter capire ed osservare nel migliore dei modi l’evoluzione (se c’è) stilistica dell’artista in questione. Questa settimana mi sono dedicato interamente alla filmogradia di Cronenberg. Sinceramente non mi ha mai colpito come autore, soprattutto per quanto concerne le ultime produzioni (A history of Violence e La promessa dell’assassino) che non mi hanno entusiasmato per nulla; l’approccio ai primi lavori del cineasta, quindi, non era sicuramente tra i più ottimistici.
Dopo aver visionato Brood (semplicissimo horror b/c-movie) e Scanners (invecchiato malissimo ma meritevole) è toccato al nostro "Videodrome".

Inizio subito dalla trama.
Il protagonista è Max, membro di una società proprietaria di un emittente televiso via cavo, i cui unici programmi mandati in onda sono film porno o con contenuti estramente violenti; grazie all’aiuto di un tecnico elettronico riesce a captare il segnale di un’altra emittente, la quale trasmette solamente il programma Videodrome. Questo programma mostra esclusivamente immagini di torture seguite da brutali omicidi. Per Max questa protrebbe essere un’occasione milionaria. Inizia allora ad informarsi su chi ci sta dietro e viene a scoprire (non che ce ne fosse bisogno) che tutto quello mostrato è reale, veri e propri snuff-movies. Entra in contatto con personaggi alquanto strani (oserei dire Lynchani) e dopo un pò di tempo risente di una serie di allucinazioni, le quali diventeranno sempre più reali, fino al punto in cui lui non riuscirà più a distinguere la realtà dalla finzione.


La trama, del resto, è solamente un prestesto che l’autore impiega per poter trattare un tema a lui caro: il rapporto tra l’uomo e la macchina. In Scanners aveva già iniziato questo processo analitico, rimarcando la nostra reciproca dipendenza (concetto che sarà ripreso, anche se in toni più banali, in "Matrix"), ma in Videodrome va oltre, immagina una vera e propria fusione uomo-macchina, una sorta di ascesa del transumanesimo. Ma a differenza di questo movimento,Cronenberg, non da delle linee guida, non dice che cosa è bene e che cosa è male, non vuole nemmeno inserire il suo punto di vista, la sua idea in merito; semplicemente lui ci presenta la situazione così com’è, una sorta di documento filmato, in cui si intercorrono vari avvenimenti ed indipendentemente che piaccia o no, succedono. Un altro film (questo visto tempo fa) che si rifà al dualismo uomo-macchina sarà il successivo "La mosca" (che lo farà conoscere ad un pubblico più ampio).
Come già accennato, l’uomo ad un certo punto, è così dipendete ed assorto da quello che la macchina fa (arriverà ad avere un vero e proprio rapporto sadomaso con la scatola magica, una sorta di evoluzione che tocca gli spettatori di film pornografici) che perderà definitivamente contatto con la realtà, e contemporaneamente con il virtuale. Perchè in effetti la realtà che cos’è se il risultato delle nostra percezioni, e se queste percezioni non sono le stesse di un altro individuo chi può dire chi sta vivendo nella realtà e chi nella finzione,nel virtuale?. Cronenberg si diverte a "torturare" lo spettatore con questo binomio, miscelando omogeneamente elementi della realtà con quelli dell’esperienza virtuale. Ma non è solamente con il protagonista che David gioca sul dualismo. Per esempio, Rian O’Blivion, come ce ne dà notizia già il nome, esiste solo nel ricordo impresso sul nastro magnetico, il suo non-essere / neo-essere si confonde abilmente con l’essere "normale", biologico, senza che nessuno ci faccia caso.
Nel momento in cui perde il suo carattere di referente, il reale non viene però perso, esso subisce uno spostamento epistemologico radicale in congruenza del quale viene trasformato in nuova forma. Questa trasformazione viene espressa dalle attività della Spectacular Optical, dall’ambizione fascista di ripulire l’ America e controllarne l’intera organizzazione sociale attraverso il dominio del mercato audiovisivo, perchè "la televisione è realtà, e la realtà è meno della televisione".
Tutto questo porta poi ad una sorta di biosintesi uomo-macchina come già esposto, un essere completamente diverso, interamente soggiogato al volere dell’uno e dell’altro (visto che oramai sono indistinguibili), proprio come la realtà e la finzione, inequivocabilmente identici, fino all’ultimo fotogramma di pellicola.

Concludendo, un buon prodotto (nonostante abbia in certi punti il sapore da b-movie horror di quella decade), che tratta un tema ostico ma in modo intelligentemente "artistico", lasciando lo spettatore relativamente frastornato. Non tutto risulta essere chiaro (il finale ne è un esempio) ma la logica viene premiata, facendo si che il processo di digestione non risulti troppo difficoltoso.

7.5/10


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martedì 1 settembre 2009 - ore 00:24


Collateral
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Los Angeles...ce ne hanno raccontate di storie ambientate in questa splendida e suggestiva megalopoli, da sentimentalismi viscerali fino a thriller da mozzare il fiato...ma nessuno di questi era dedicato interamente alla città stessa (un esempio lampante si ha con il mitico Allen ed il suo "Manhattan"), alla sua descrizione minuziosa, realistica e cinica (altra similitudine con un’altra pellicola storia, "Taxi Driver" di Scorsese)...Mann c’è riuscito in pieno sfornando questa perla che prende il nome di "Collateral"...

Los Angeles. Max, un autista di taxi, viene ingaggiato da un misterioso passeggero, Vincent, perché lo porti in giro tutta la notte, in cambio di un lauto compenso. A sua insaputa è stato ingaggiato da un killer, un professionista con il compito di uccidere, nell’arco di una sola notte, cinque testimoni collegati ad una inchiesta su un gruppo di narcotrafficanti. Max diventerà involontariamente complice del killer, che lo costringe ad accompagnarlo nel suo giro di omicidi, e con il quale dovrà collaborare quando la situazione diventerà critica. Nel frattempo il detective Fanning comincia a muoversi lungo le tracce lasciate da Vincent.

In questo film, Mann riesce ad amalgare alla perfezione, in modo assolutamente omogeneo elementi d’azione "pura" (come nel suo precedente "Heat") con momenti di poesia neorealistica (riprendendo, in questo caso, il bellissimo "L’ultimo dei Mohicani") d’avanguardia, accentuando il tutto grazie all’impiego, per quasi l’80% della pellicola, del digitale, rendendo la notte losangelina ancora più nitida ed allo stesso tempo "fredda"...certe sequenze possono rientrare tranquillamente negli annuali del cinema...il primo quarto d’ora, praticamente senza dialoghi, riesce a catapultare lo spettatore direttamente all’interno del taxi giallo guidato con Max...Max che presenta gli stereotipi tipici dell’uomo medio...colui che si sente irrealizzato, che nutre e coltiva ancora sogni pseudo-adolescenziali, che aspetta la grande svolta anche se è oramai prossimo al giro di boa...il tutto è reso in modo lampante da un dialogo che il Nostro ha con Vincent:

M: No, no, non è quel genere di lavoro, non è un lavoro a lungo termine...è solo un ripiego...è temporaneo...sto mettendo in piedi alcune cose...
V: Da quanto lo fa?
M: 12 anni...

E poi abbiamo proprio Vincent...il supercattivone...il killer impassibile ed indifferente su tutto e tutti:

Max: "L’hai ucciso! Non lo conoscevi nemmeno!"
Vincent : "Perché? Devo per forza conoscere una persona prima di ucciderla?"

ma che non si fa problemi a difendere Max quando questi viene attaccato dal titolare della rimessa di taxi fingendosi un sindacalista...un tipo parecchio strano insomma...impersonato da un ottimo Tom Cruise in versione "brizzolata"...ha dovuto immedesimarsi nel ruolo di un postino e svolgere questa attività a Los Angeles per un mese truccato con il make-up di Vincent. Lo scopo era quello di farlo abituare a muoversi in modo disinvolto, uscendo fuori dal suo classico ruolo di star hollywoodiana, e devo dire che l’esperimento ha funzionato in pieno...sono dell’idea che il buon vecchio Tom bisogna "bastonarlo" per farlo ammorbidire e per farlo scendere dal suo status quo (vedi in "Eyes Wide Shut" in cui riesce a dare prova di essere un buon attore ogni tanto)...

E poi c’è la città di Los Angeles, come ho detto all’inizio della recensione...una città a 360°, dove Mann riesce a tirarne fuori tutti gli aspetti in appena due ore di pellicola...

Ed è proprio la regia l’aspetto tecnico che più emerge in quest’ora...se la sceneggiatura non è niente di rivoluzionario (anche se meglio di qualsiasi blockbuster mai prodotto oserei dire), soprattutto nella parte finale (quella più "action" diciamo), Mann riesce comunque a ricavarne un piccolo capolavoro...certamente è aiutato da una fotografia da urlo, veramente incredibile, dove ogni singolo fotogramma è stato studiato nei minimi particolari...una colonna sonora fondamentale:

Max: Non l’ho mai capito il jazz
Vincent: Non si ferma alla melodia, va al di là delle note, non è quello che ti aspetti...improvvisazione...come stasera.

per metà originale e per metà no (da Bach a Mozart, passando per la technaccia anni ’90) fa da sottofondo ed accompagna i due nemici (anche se ad un certo punto il limite buono-cattivo, così netto all’inizio del film, verrà via via a sfaldarsi ed addirittura a capovolgersi) nella nottata più lunga della loro vita...a riprova di quello che ho appena espresso vedetevi la scena in cui i due si fermano per un momento ad osservare un coyote attraversare la strana...un momento di pura poesia impressa nella celluloide...

Un film incredibile...all’epoca uscii dalla sala con brividi ed il cuore pulsante...un esperienza da consigliare...vuoi per la trama, vuoi per gli attori (non ho avuto modo di elogiare Jamie Foxx, perfetto come sempre), vuoi anche solo per le immagini...da vedere


8,5/10




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domenica 30 agosto 2009 - ore 13:48


The Ladykillers
(categoria: " Vita Quotidiana ")


A rischio di sembrare prolisso e ripetitivo mi presto a recensire un ennesimo film dei mitici fratelli Coen Very Happy

I due fratelli dopo aver dato alla luce "L’uomo che non c’era" nel 2001, decisero di prendersi una "pausa" intellettuale per dedicarsi a progetti più "leggeri", ed ecco comparire "Prima ti sposo, poi ti rovino" e questo "The Ladykillers".

Ho inserito il termine "leggeri" fra virgolette proprio per evidenziare il fatto che nonostante il genere a cui fa riferimento questa pellicola sia la commedia classica (ed essa, per forza di cose, è sempre visionata con relativa superficialità iniziale da parte di critica e buona parte del pubblico), in realtà presenta sfumature,citazioni e riflessioni molto più complesse, che rientrano perfettamente nella filmografia dei Coen ben più blasonata (faccio riferimento in particolar modo al trio Fargo/The Big Lebowski/Fratello dove sei?)...prima di iniziare l’analisi vera e proprio ricordo il fatto che "Ladykillers" è un remake de "The Ladykillers" (conosciuta in Italia come "La signora omicidi") del ’55.

Ritorniamo nel retrogado ed intollerante Missisipi, ma non negli anni ’20 per seguire le gesta di un trio di galeotti alla ricerca di un tesoro che non c’è, ma bensì le vicende di una (non troppo) simpatica vecchietta di paese (la strepitosa Ilma Hall); questa riceve la visita di un appariscente e sgargiante personaggio, il Professor G.H.Dorr (un mitico Tom Hanks che finalmente ritorna ai livelli di Philadelpia), il quale, dopo aver letto un annuncio, vorrebbe affittare una camera nella casa della vecchia signora. In realtà l’altezzoso professore si dimostrerà essere un abilissimo ladro, che ha dovuto stanziare in quella casa per poter costruire un tunnel assieme ai suoi soci, in modo tale da svaligiare una barca/casinò situata nel quartiere; ma la signora si dimostrerà un bel osso duro. Questo è il soggetto di fondo (modificato relativamente poco rispetto a quello originale), ma l’asso nella manica dei due fratelli è sempre stata la sceneggiatura, ed anche in questo caso hanno fatto centro. La battute ed i dialoghi che si scambiano i due protagonisti sono veramente esilaranti ed intellettuali Very Happy, grazie anche alle splendide interpretazioni dei due attori...poi, al di là della trama in sé, il film vuole essere un affresco che racconti la vita nel profondo Sud...un terra particolarissima, per cultura,storia e tradizione...un incontro tra le nuove generazioni che l’alimenteranno sezionate dagli occhi dei "vecchi" (e qui ci si ricollega ovviamente al capoloro successivo dello straordinario duo)...quindi "Ladykillers" non è una semplice commedia fine a sè stessa...certo, gli standard qualitativi dei fratelli non vengono sempre rispettati, i temi trattati non sono sempre approffonditi opportunatamente, e certe cose vengono lasciate andare un pò troppo...come il finale, relativamente inutile e banale (cosa che avrebbe potuto andare bene per qualsiasi altro cineasta, ma ai fratelli Coen ,proprio perchè son così perfetti, non gli si può perdonare nulla Wink ), anche se fa trapelare il fatto che con tutti quei giri di parole, di cretinate e di rocamboleschi omicidi, come solo il buon Allen sa fare, i due registi son riusciti a farci credere di aver sempre avuto di fronte i reali protagonisti, mentre l’unico vero eroe del film ci camminava (sarebbe meglio dire "zampettava") sotto il naso in continuazione...molti l’hanno indicato "Ladykillers" come uno dei film più anonimi nella filmografia dei due artisti, bè io non ne sono convinto (non promuovo invece uno dei film, paradossalmente, più acclamati del duo, "L’uomo che non c’era"), perchè sinceramente con chiatte sul fiume, gatti col gusto del macabro, rap e gospel a pioggia, humour nero, problemi intestinali e un recital di versi di Poe di divertimento e di cinema in questa pellicola c’è ne sono, e si sentono/vedono benissimo...dopo questo insuccesso di pubblico, ed in parte di critica, i Coen si prenderanno una bella pausa, per poi ritornare completamente alla ribalta, cambiando nuovamente genere, con lo strepitoso "Non è un paese per vecchi"; diciamo che fanno parte di quella strettissima cerchia di artisti che una volta ricevute le dovute critiche (anche se eccessive in questo caso) sanno come rispondere e, soprattutto, come riprendersi la fiducia "perduta"...


7/10





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venerdì 14 agosto 2009 - ore 13:39


Duel
(categoria: " Vita Quotidiana ")


"Duel" è il primo lungometraggio girato da un dei registi che, volenti o nolenti, rappresenta il cinema hollywoodiano. Mi permetto di dare un minimo di giudizio sull’operato di questo cineasta americano prima di recensire il film vero e proprio.

Spielberg è da molti considerato un regista estremamente soppravalutato, capace solo di creare ad hoc blockbuster per famiglie e per ragazzini avidi di pop-corn; questa critica trova il mio appoggio parziale. Parziale perchè bisogna riconoscere al buon vecchio Steven il pregio di aver saputo scegliere e girare film che si sono fossilizzati incondizionatamente nell’immaginario collettivo; basti pensare al professor Jones, al simpatico e tenero E.T. e al mitico T-Rex. Con questo non voglio assolutamente dire che sono dei capolavori, anzi; Jurassic Park, per esempio, presenta, fra i tanti difetti che lo attanagliano, proprio quello della regia e, soprattutto, del montaggio (certe scene ed inquadrature sono veramente sconclusionate), caratteristiche di competenza esclusiva proprio di Spielberg...senza contare che la stragande maggioranza dei suoi film sono contornati da un mieloso buonismo all’americana, con finali sempre positivi ed ottimistici, in cui il bene vince sempre, in cui tutti vivono felici e contenti, insomma, uno dei maggiori difetti dell’industria hollywoodiana.
Per quanto mi riguarda Spielberg, indipendentemente da tutto, merita ugualmente un posto di nicchia nella lista dei più Grandi Cineasti di sempre, non tanto per i film sopramenzionati, quanto per aver realizzato Schindler’s List, il capolavoro di una vita; avrebbe potuto girare solo questo film ma il posto tra i big non gli sarebbe stato negato. Bene, dopo questa breve disgressione, torniamo a noi ed al nostro "Duel".

Era il lontano 1972, quando un giovane neo-regista 24enne gira, con un bassissimo budget un progetto pensato come film per la tv. L’ABC, una volta visionato, richiama immediatamente quel promettente cineasta in erba e lo convince a rivedere il montaggio, e relativi tagli, per poterlo così proiettare in tutti i cinema americani, mai scelta fu più azzeccata; Duel divenne in pochissimo tempo un cult di tutto rispetto, ed aiutò a far conoscere la figura di Spielberg nel mondo milionario di Hollywood (fino ad allora Steven aveva diretto solo film per la TV e qualche corto e medio-metraggio).

Il plot di tutto il film è banalissimo, ma questo poi si dimostrerà essere un punto a favore proprio per la sua rudimentale semplicità: un uomo di mezza età come tanti altri viene preso di mira da un camionista squilibrato; da quel momento inizieranno un vero e proprio duello senza esclusione di colpi, fino al soffertissimo (per il protagonista) finale.

Spielberg ha voluto spostare i grandi duelli dei cow-boy ai giorni nostri; al posto di cavalli abbiamo auto e camion ed al posto delle pistole i clacson, poi il resto non cambia più di tanto; la voglia, da parte dell’uomo, di opprire il prossimo è una cosa che il regista vuole mettere subito in chiaro, e lo fa non troppo velatamente. Senza contare che emerge queste fervente critica verso il mondo consumista moderno e, soprattutto, una visione del progresso che, se non contenuto, comporta una rincorsa continua da parte della gente che lo "subisce" (e qui mi trova solo in parte daccordo)...il protagonista che per buona parte della pellicola subisce questo pressing senza sosta da parte di questa figura oscura, questo nemico senza volto, alla fine decide di ribellarsi e lo fa impiegando le stesse modalità con cui il Male lo ha stuzzicato...il raziocinio e la logica se ne vanno a quel paese lasciando il posto ad un irrefrenabile e morbosa voglia di vendetta, un "occhio per occhio" esponenziale che finirà per coinvolgere anche persone totalmente estranee ai fatti riguardanti i due autisti (duellanti)...

La parte tecnica è molto buona, considerando il fatto che il regista era ancora molto giovane...le scelte registiche sono molto eterogenee, sintomo di una non ancor trovata identità artistica; si passa da primi piani citazionisti del vecchio Leone, fino a panoramiche estese a campo intero...ma nonostante questo il film tiene botta per tutti gli 85 minuti di durata, creando una suspance e un senso di angoscia che crescono vertiginosamente durante la visione (questi elementi verranno successivamente resi in modo praticamente perfetto nel seguente film del regista: "Lo Squalo").

In definitiva un ottimo inizio di carriera per il futuro padre di E.T ed Indiana Jones, che rientra tra i suoi migliori progetti.






7,5/10



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venerdì 24 luglio 2009 - ore 16:51


Watchmen
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Penso che ci ricordiamo tutti quella mezza schifezza iper-tamarra contornata da un machismo misto a misoginia che portava il titolo di "300"...bene, il regista di quella diavoleria era Zack Snyder, l’autore del remake de "L’alba dei morti viventi" firmato Romeo, film che io ho apprezzato particolarmente...ecco perchè quando vidi 300 ebbi conati di vomito per un buon (anzi brutto, bruttissimo) quarto d’ora...è inutile,quindi, sottolineare che ero in fervente attesa di questa pellicola per poter dare un giudizio globale a questo giovane artista...

Certo questa volta non aveva molte chance di sbagliare..."Watchmen" era già di per sè un capolavoro su tavola...un vero e proprio romanzo raccontato tramite immagini...e, per la prima volta (salvo la serie de Il Cavaliere Oscuro di Miller), una storia "realistica" e "razionale" riguardante i supereroi e la loro lotta personale contro il "male"...

Trovandosi di fronte a questo immenso lavoro grafico, Snyder ha pensato bene di combinare meno casini possibili..."Come fare a trasportare in celluloide tutte le sensazioni ed emozioni che venivano trasmesse al lettore dal fumetto di Moore?"...bè, risposta molto semplice...il fumetto non sarà altro che lo storyboard del film...niente di più semplice e facile...e così naque "Watchmen: The Movie"...se si guarda il film e contemporaneamente il fumetto si ha la sensazione di un perenne deja vù...e, io dico, per fortuna...sia lodato il dio del cinema per questo...ci mancava che questa manica di ex-nerd cresciuti negli anni 80-90’ si mettesse a rovinare anche questa storia...
Snyder per carità ha messo del suo come contenuto registico, ma non si è spinto più in là di quanto non avesse fatto con "300" (credo proprio che Snyder non abbia molta immaginazione, tutti i suoi film diretti o sono remake o sono trasposizioni super-fedeli^^)...però a suo favore devo tener conto di una cosa importantissima...i titoli di testa; 5 minuti interi di musica ed immagini a collage...uno dei momenti più alti del cinema hollywoodiano degli ultimi quindici anni...semplicemente perfetti...in quel lasso di tempo è riuscito a far capire allo spettatore come si son svolti i fatti più salienti della storia americana degli ultimi settant’anni...incredibile...

La colonna sonora, come pure la fotografia sono perfettamente adeguate per il tipo di trama e per i temi trattati...gli attori sono tutti all’altezza e del tutto credibili nei loro ruoli di ex-supereroi...anche la durata è proporzionale alla quantità di temi trattati...il tutto viene sviluppato adeguatamente in modo tale che nulla venga lasciato in sospeso, però anche questo è un pregio dovuto sempre e comunque alla graphic novel...

La storia è più di quanto pessimista (e dunque realista) si sia mai letto in un fumetto...si sviluppa in termini di ucronìa, e prende vita nel 1985, quando oramai Nixon è già al V° mandato (ottenuto modificando la costituzione grazie al fatto che lo scandalo del Watergate non vedrà mai la luce;infatti si vedono i due giornalisti Woodward e Bernstein uccisi e legati attorno ad un idrante proprio da uno dei watchmen), gli USA hanno vinto la guerra del Vietnam grazie alla presenza di vari supereroi, in particolare il Dr.Manhattan, ma nonostante questo viene accettato un decreto legge che vieta lo svolgersi dell’attività dei supereroi stessi (diventati troppo popolari secondo Nixon)...appesi i costumi al chiodo, ogniuno è tornato alla sua vita...qualcuno purtroppo non c’è la farà, finendo suicida, oppure impazzendo in qualche manicomio federale...i "watchmen" smetteranno di esistere finchè non verrà ucciso il "comico", uno della vecchia guardia, colui che era il responsabile dell’omicidio di Kennedy e dei due giornalisti come detto precedentemente...chi sia stato e perchè sembra non importare a nessuno, tranne a Rorschach, il quale cerca in tutti i modi di avvisare gli altri supereroi rimasti del probabile pericolo che si sta abbattendo su di loro...con questo pretesto Moore (ops, Snyder^^), ci narra le vicende di un intero paese nell’arco di circa 30 anni...l’odio verso il diverso che in quegli anni prendeva piede negli USA è reso esponenzialmente...lo stallo tra la Russia comunista e l’america capitalista (ed anche un bel pò fascista) non è mai stato così labile...ed è in quest’atmosfera che prende piede la parte noir della pellicola...le indagini di Rorschach sono estremamente interessanti, ed accompagnano docilmente lo spettatore verso la risoluzione dell’enigma finale...soluzione che però non sarà il classico "e vissero tutti felici e contenti" ma un semplice "e vissero...".

Una grande graphic novel quindi, che ha ricevuto un buon trattamente da parte dell’industria cinematografica...con Snyder non ho ancora finito, vedrò con la prossima pellicola (sperando che questa volte sia tratta da un soggetto originale) se considerarlo dell’alta scuola o no...per il momento è nuovamente rimandato...
Non posso che consigliarla a tutti, avvisandovi però che non vi ritroverete a guardare l’ennesimo Spiderman (che non è un brutto film,anzi, ma Watchmen è tutt’altra storia) o Hulk (questo si che fa letteralmente pietà^^)...


Film: 7,5/10

Graphic Novel: 10/10








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mercoledì 22 luglio 2009 - ore 10:20


The Big Lebowski
(categoria: " Vita Quotidiana ")


La trama è relativamente ingarbugliata, anzi, parecchio a dirla tutta... scambi d’indentità, ragazze e valigette che scompaiono e riappaiono dal nulla, interpretazioni finto-ontologiche inserite per tutta la pellicola, partite a bowling che manco stessimo guardando l’American Champions Cup, insomma un bel melting-pot per dirla all’americana...

Adoro questa pellicola perchè qui, più che in tutte le altre messe assieme (l’unica che tiene botta su questo fronte è "Non è un paese per vecchi"), si riesce a fare una descrizione degli USA a tutto tondo, a 360° toccando i punti più critici e che stanno maggiormente a cuore della coppia di fratelli registi/sceneggiatori...a partire dal confronto, ma è meglio considerarlo un vero e proprio match senza esclusione di colpi, tra l’anarco-pacifista Drugo (Dude nella versione originale, tanto per cambiare il sistema di doppiatura italiano si deve far riconoscere^^) e il realizzato (ma solo professionalmente, visto che nella vita privata ed affettiva fa veramente pena) omonimo Lebowski, immagine sarcastica e satirica dell’America più capitalista che esista...il capitalismo malato, fatto solo di facciate arrancate in cene di beneficenza complessivamente inutili, scambi di finta cortesia e sottogiochi morbosi e patologicamente ossessivi...una sfida che partirà per una banalità, un tappeto ( anche se, come dirà più volte il nostro Dude:" Dava un tono all’ambiente") e finirà in una baraonda mirabolante e stupefacente...lo scontro tra quella parte dell’america ancora legata allo stile di vita borghese anni sessanta-settanta, che non vuole essere inquinata dalle usanze degli anni ottanta-novanta (yuppies e soci vari)

The Big Lebowski è inoltre una parodia del genere hard boiled (genere da cui presero vita tutti i film polizieschi anni settanta e soprattutto la categoria del noir, "Chinatown" ne è il più classico degli esempi, e pulp)...ci sono tutti gli elementi necessari, ma rivisitati con quella vena di irresistibile ironica tipica delle sceneggiature dei Coen. Non a caso le scene memorabili sono uno sproposito, una migliore dell’altra...pensate solamente alla parte in cui Dude e Walter devono consegnare la valigetta con i soldi per il riscatto, un momento di alto cinema...inoltre il film sembra in qualche modo ricalcare e omaggiare anche la tradizione dei divertentissimi National Lampoon’s "vecchia maniera" degli anni ’70, dove tipici spezzoni di vita americana vengono satirizzati con gags esilaranti, situazioni patetiche e scene davvero dissacranti (le partite del torneo di bowling tanto per fare qualche esempio)...

La parte tecnica è praticamente perfetta...ma visto che stiamo trattando di una pellicola dei Coen mi sembra pure superfluo sottolinearlo...
La colonna sonora è molto variegata, ed entra perfettamente nell’altmosfera delle scene in cui vieni impiegata...senza contare che presenta quel piccolo tocco nostalgico che, vedendo il protagonista, non può che essere corretto e consono...
La regia è avvolgente ma complessivamente asciutta, diciamo che i due autori non puntavano all’oscar in questa categoria Very Happy
La sceneggiatura presenta una miniera stracolma di citazioni riguardanti la cultura americana in primis, oltre che accenni di altri lavori registici; come ogni lavoro dei Coen i dialoghi son lunghi al punto giusto, sono credibili nonostante narrino di situazioni un pò all’estremo, ed infine riescono a creare dei personaggi che sono rimasti nell’immaginario collettivo di chi ha amato questo film; oltre a Drugo, c’è sicuramente Walter, lo psicotico reduce dal Vietnam, oppure Jesus, interpretato per l’occasione dal mitico John Turturro, ed infine la mitica banda di "Nichilisti", i quali sfruttano l’ideologia nietzschiana per poter fare quello che meglio gli pare...

Concludendo, un film incredibile, che merita di essere guardato e riguardato più e più volte per poter assaporare le più piccole sfumature, soprattutto perchè non stanca praticamente mai...l’ennesimo capolavoro dei fratelli Coen, che oramai assieme ad Haneke,Von Trier e Kaufman rappresentano i migliori sceneggiatori/registi sulla piazza internazionale...



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mercoledì 17 giugno 2009 - ore 13:49


Dogville
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Il Dogma e’ alle spalle (basti pensare al capolavoro di Idiots). Resta solo un ’Dog’ nel titolo del film ma il regista danese, con l’avvio di questa trilogia rompe col passato confermando paradossalmente la continuita’. Niente più telecamera completamente a mano e giochi di luce molto più presenti; questa blasfemia nei confronti del sacro Dogma 95 viene controbilanciata da una scenografia praticamente assente: quello che Lars ci mostra è una rappresentazione teatrale, in tutto e per tutto. Le strade, le case del piccolissimo villaggio di Dogville, come pure il cane Bucks sono semplicemente disegnati con del "freddo" gesso bianco,nessuna parete che divide le vite completamente vuote degli abitanti di quel paese dimenticato da Dio. Ed è proprio la religione uno dei temi trattati in modo superbamente velato da parte di Lars, tema che a lui sta molto a cuore (basti pensare all’ultima sua opera, il mediocre Antichrist), e che in Dogville viene narrato in termini di Grazia e Provvidenza; non a caso la protagonista (una splendida, sia fisicamente che artisticamente parlando, Nicole Kidman) porta il nome di Grace (una coincidenza?) e quello che porta alla cittadina degradata culturalmente è un minimo di riscatto e di voluttà sottile sottile; non a caso i primi capitoli (il film, come una vera e propria rappresentazione teatrale, è suddiviso in capitoli della durata variabile) sono estramente ottimistici, buonisti e con una visione estremamente rosea del tutto; poi si sa, l’Uomo è un essere caratterizzato da un’estrema avidità, ingordigia e bramosia di volere sempre di più; era successo con l’ipotetico Gesù di Nazareth ai vecchi tempi, e risuccede con la povera Grace; la storia si ripete anche nel piccolo, senza bisogno di disturbare chissà chi, anche se gli elementi in comune si riscontrano più in "Il Vangelo secondo Gesù Cristo" del mitico Saramago che nell’opera classica.

"Dogville" è in tutti noi e non possiamo negarlo, fa parte di una vita che conosciamo dal momento in cui siamo nati. E’ un paese come ce ne sono tanti, ma è soprattutto un "paese dell’anima", un’anima meschina, sporca , gretta, ottusa, spietata. La chiave di volta del film è come direbbe Tom( Paul Bettany)"l’argomentazione", ovvero l’accettazione. Ma il finale che ci riserva il buon vecchio Lars non è come quello descritto nei Vangeli, tutt’altro. L’evoluzione dell’umanità di Grace necessita di quasi 3 ore di pellicola per potersi completare, ma ne vale la pena. Ogni singolo minuto di questo film è un capolavoro, una summa del cinema d’autore, un collage di quello che dovrebbe essere chiamato Cinema (guardate la scena dello stupro della protagonista, oppure i titoli di coda^^). Ovviamente non impiegando nessun elemento di scenografia tutto il film si basa sulla sceneggiatura, che nella sua semplicità disarmante è incredibile; nonostante la durata non riuscirete a staccare gli occhi dallo schermo per un istante, pochi registi/sceneggiatori ci riescono.

In conclusione non posso che consigliarvi la visione, anche se prima di gustarvelo vi pregherei di procurarvi Idiots sempre di L.V.Trier e Festen, del suo amico e devoto assecondatore del culto del Dogma 95, T. Vinterberg; due film che vi faranno capire ancora meglio la genialità e l’evoluzione stilistica adottata da Lars in appena dieci anni.

9/10







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lunedì 4 maggio 2009 - ore 12:43


Shining
(categoria: " Vita Quotidiana ")


hohoho, oggi parlerò del miglior film "horror" mai girato (e non accetto nessuna obiezione a riguardo )

Potrei iniziare parlando del protagonista di questa pellicola; il problema che ui abbiamo l’imbarazzo della scelta. Alcuni vogliono Jack Torrance come la figura predominante, altri il figlio Danny, altri ancora (e secondo me son quelli che ci hanno maggiormente azzeccato) ritrovano le sfaccettature tipiche di un protagonista nell’albergo stesso: l’Overlook Hotel. E’ lui che fa partire e che segue incessantemente l’evolversi dei fatti al suo interno (ma anche fuori, non dimentichiamoci del fantomatico "labirinto di siepe"), è lui che li plasma a suo piacimento, sovrasta gli altri personaggi presenti (esseri umani) totalmente in un continuo, che si concluderà (ma solamente per la amiglia Torrance) nel modo più terribile.
Kubrick, come al suo solito, non si è semplicemente fermato alla parte horror del romanzo da cui ha tratto quest’opera (Shining di S.King, libro che nonostante sia scritto da uno dei miei romanzieri preferiti, è nettamente inferiore alla pellicola^^), ma si è divertito a scavare nelle povere ed inermi menti dei suoi interpreti. E’ andato a plasmare completamente la concezione fisica di tempo e spazio ( la didascalie che si presentano sempre più spesso e che indicano frazioni temporali sempre più brevi; un mese, un giorno, una fase della giornata, un’ora precisa); lo spazio inteso come libertà limitata (voluto gioco di parole^^), espressione rappresentata figurativamente dal labirinto. Labirinto che c’è si fuori, ma che è presente anche interamente all’albergo (e qui viene reso alla grande grazie alla steadycam con cui il regista segue i percorsi tortuosi di Danny sul triciclo prima, e di Jack con l’ascia poi), e nelle menti degli esseri umani in generale; un labirinto (quello mentale) che come quelli fisici, può essere "risolto", la persona può trovare la sua "zona franca", la sua "uscita", ma ovviamente può avvenire anche il contrario; e qui Kubrick si diletta nel far vedere allo spettatore come questo si sviluppa esternamente in Jack; prima si "perde" nella sua mente labirintica, e poi si "perde" letteralmente nel labirinto "fisico" fatto di siepi: è una vera e propria concretizzazione, un incontro tra la parte meta e la parte fisica di ogniuno di noi.
La parte fantastica (ben presente nel romanzo) viene rimandata fino alla scena in Jack viene imprigionato nella cella-frigo dalla moglie, appunto perchè Stanley non voleva fare un vero e proprio film horror (Lui e King hanno avuto modo di dirsele di santa ragione il giorno della prima proiezione).
Kubrick in tutta la sua filmografia si è sempre scontrato con il tema del doppio, nel descrivere come questa dualità si sviluppi negli esseri umani, provando e giocando con i vari generi cinematografici (fantascienza: 2001 Odissea nello spazio; fantasociologia: Arancia meccanica; film storico: Spartacus; trasposizione di opera letteraria: Barry Lyndon; satira fantapolitica: Dottor Stranamore; film di guerra: Full metal jacket; horror: Shining; film erotico (?): Eyes wide shut etc.). Insomma, ennesimo capolavoro del Cineasta per eccelenza (ed anche in questo caso non voglio sentire nessuna obiezione in merito perchè, detta papale papale, chi non considera Kubrick come il miglior regista di sempre non capisce un cazzo di cinema )




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mercoledì 29 aprile 2009 - ore 19:25


"Gang Bang" alias "Snuff"
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Ultimamente non so più che scrivere su questo blog (non scrivere direte voi^^), quindi mi appresto a pubblicare recensioni anche di libri oltre che di film (e magari passerò anche a qualche cd musicale).

Snuff, meglio conosciuto nel bel Paese come Gang Bang, è l’ultimo arrivato in casa Palahniuk (per chi non lo conoscesse è autore del blasonato Fight Club e di Soffocare); la trama è relativamente lineare (almeno per quanto riguarda lo stile di Chuck^^): una (ex) pornostar decide di battere tutti i record di gang bang per poter entrare nella storia della pornografia e non .Per farlo decide di riprendere una mega-orgia, in cui 600 uomini (alternandosi ovviamente ) molto volenterosi fanno sesso con lei; ma oltre a voler battere questo incredibile record, Cassie Wright, vuole lasciare agli annali anche un finale tragico: durante questa gangbang deve morire. Morire in modo tale che il suo gesto così estremo rimanga per sempre (magari proibiranno tutte le successive gangbang, in questo modo non rischierà che qualcun’altra provi a rubarle la detenzione del record), ed anche per poter far intascare i soldi (milioni di dollari) dell’assicurazione sulla vita al figlio dato in adozione appena nato. Da questo assunto prende vita il libro vero e proprio; Chuck ci trasporta nelle menti di 4 personaggi che man mano che la storia si svilupperà si dimostreranno fondamentali: il numero 72 con le sue rose rosse, il numero 137con il suo peluche firmato da decine di attrici famose, il numero 600 con i suoi preziosi consigli e Sheila (l’aiutante tutto fare della porno-attrice) con i suoi "fiocchi bianchi". Ovviamente trattandosi di Palahniuk, la narrazione appare sempre incalzante, in modo tale che il lettore non può tirare un sospiro per neanche un momento; fortuna che è corto (poco più di 200 pagine), ma nonostante tutto questo debbo riconoscere (a malincuore) che è uno dei romanzi meno riusciti del buon vecchio Chuck ( mi mancano ancora Diary e Rabbia); le massime con cui ci aveva abituati così bene in FightClub, Soffocare, Cavie e soprattutto in Invisible Monsters (che io considero, assieme a Soffocare, il suo Capolavoro) in questo romanzo scompaiono quasi del tutto; ci trova più gusto a scherzare sui nomi dei vari film porno interpretati da Cassy e che vengono proiettati ininterrottamente nella sala d’attesa, dove i 600 stalloni aspettano la loro dose giornaliera di sesso. Un episodio minore, un pò come NinnaNanna, ma che comunque supera buona parte delle pubblicazioni recenti di scrittori anche più "famosi" (basti pensare ad un altro mio grande idolo letterario, Stephen King, che orrori che sta rilasciando negli ultimi anni^^).
Se non vi fate impressionare facilmente, e non avete problemi con il "sesso" narrato, allora potreste darci una letta, anche se non posso garantire che sarà piacevole.



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domenica 5 aprile 2009 - ore 14:36


Control
(categoria: " Vita Quotidiana ")


Finito di vedere ieri sera, in lingua originale, questo lavoro dell’ex realizzatore di videoclip A.Corbijin (la stragande maggioranza dei video dei Depeche Mode e dei Coldplay sono opera sua) dedicato ad una delle più grande icone della musica "alternative" che sian mai salite su di un palco dai tempi di Elvis; sto, ovviamente, parlando di quel geniaccio che di nome fa Ian Kurtis. Ho sempre adorato Ian e i Joy Division; certe loro canzoni mi hanno accompagnato in momenti fondamentali della mia vita, ed è per questo che per quanto mi sforzerò, la recensione che andrete a leggere non sarà del tutto imparziale. Mi scuso in anticipo.

Corbijin opta per un bianco/nero per cercare di tenere un certo distacco da quello che vuole documentare. Si perchè Control, a differenza di altri film incentrati su cantanti e/o gruppi, dove la figura del leader o dei vari componenti viene esaltata (o sminuita, a seconda del punto di vista del regista) a dismisura, qui non succede niente di tutto ciò; viene raccontata, con assoluta neutralità, la vita di un ragazzo relativamente chiuso con il mondo che lo circonda (nonostante non fosse emarginato o discriminato dai suoi coetanei, anzi), che compie delle scelte azzardate (sposare la sua fidanzatina a 19anni, dedicarsi all’uso continuo di psicofarmaci),che lo porteranno inesorabilmente verso la fine che tutti conoscono.
Il film inizia con lo mostrare un Ian già maggiorenne, che ascolta ed imita i suoi idoli musicali (Iggy Pop e David Bowie); dopo aver conosciuto Debbie, ed averla frequentata per brevissimo tempo, decide di sposarla. Nel frattempo la sua band, i Warsaw, sono oramai privi di speranze per un futuro da rockstar, ma un concerto dei Sex Pistols farà riaprire loro gli occhi; Ian si butta anima e corpo nella stesura dei testi e delle melodie delle canzoni che andranno a formare il primo Ep del gruppo; Ep che presentaranno con il nome definitivo della band, i Joy Division appunto. Come andava di moda in quel periodo, i Joy Division volevano,e dovevano, scioccare; e scelsero proprio la figura del nazi-fascismo per farlo. Grazie alla determinazione di Ian ed alla abilità del loro manager (senza il quale molto probabilmente sarebbero rimasti nell’anonimato) cominciarono ad avere successo, e a girare per l’Inghilterra. In questo frangente Curtis inizierà una relazione con una giornalista belga, la quale lo accompagnerà per tutte le date dei vari tour che i Joy Division dovranno affrontare, e che sarà la causa del successivo divorzio di Ian dalla moglie Debbie. Nel 1979 il frontman diventerà padre di due splendide creature: la prima è Nathalie Curtis, avuta dalla moglie Debbie; la seconda è Unknown Pleasures, partorito direttamente dalla sua geniale mente artistica. UP sarà visto come uno spartiacque, un album fondamentale nella scena musicale mondiale; una vera e propria opera d’arte, che influenzerà tutta una serie di artisti che seguiranno i Joy Division ("I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand"; la frase con cui Ian apriva la prima traccia dell’Lp). Ma non stiamo parlando di musica, quindi ritorniamo nei binari.
Dopo l’uscita di UP, i Joy Division inieranno un tour che li vedrà cavalcare i più importanti palchi inglesi, e che allontanerà sempre di più Ian dalla sua famiglia; nel frattempo aumenteranno anche i suoi attacchi epilettici, a causa delle condizioni estreme a cui il gruppo era sottoposto per poter affrontare il tour (la canzone "She’s lost control", da cui prende vita il titolo del film, è dedicata ad una ragazza morta proprio a causa dell’epillessia); il 1980 è un altro anno fondamentale per Curtis e per i JD; Debbie, scoperta la relazione di suo marito, decide di divorziare, portandosi via Nathalie; inoltre, a marzo, vedrà la luce il secondo lavoro della band: Closer; che verrà pubblicato a luglio dello stesso anno. E poi abbiamo il gesto definitivo compiuto dal cantante della band. Band che dopo il suicidio di Ian deciderà di cambiare nome, diventando i New Order.

Questa è fondamentalmente la trama di "Control"; non mi son preoccupato di metterla in spoiler visto che è di dominio pubblico da quasi 30 anni oramai. Al di là del tema trattato, ho avuto modo di apprezzare non poco la sceneggiatura; scarna e diluita egregiamente nelle quasi due ore di durata della pellicola. Alcune battute/dialoghi sono all’apparenza relativamente banali, ma una volta visionato il tutto (o conoscendo relativamente bene la storia di Ian e dei JD) non possono che essere visti come un avvertimento di quello che inevitabilmente succederà (Debbie:"Non voglio far parte della tua band", Ian:"Nemmeno io!"). Corbijin ha optato per una regia asciutta e fredda, come già menzionato in precedenza; rimane impassibile di fronte a qualsiasi avvenimento; descrive nella stessa maniera il matrimonio di Ian, la nascita di sua figlia, il suo primo attacco di epilessia e il suo suicidio (immortalato da una semplice inquadratura). Anche le canzoni impiegate non sono poi molte (5-6 in tutto per quanto riguarda la discografia dei JD), proprio perchè non cerca di elevare a mito leggendario quel ragazzetto di Ian; lo vuole descrivere com’era in realtà. E da lui dovrebbero imparare non pochi registi super-blasonati, che quando si trovano a dover lavorare con una biografia (di un personaggio reale o meno) si perdono nel patetismo più viscerale (Gibson e Spielberg, tanto per citare i più famosi) e comodo.




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Io vi insegno il superuomo. L’uomo è qualcosa che deve essere superato. Che avete fatto per superarlo? Tutti gli esseri hanno creato qualcosa al di sopra di sé: e voi volete essere il riflusso in questa grande marea e retrocedere alla bestia piuttosto che superare l’uomo? Che cos’è per l’uomo la scimmia? Un ghigno o una vergogna dolorosa. E questo appunto ha da essere l’uomo per il superuomo: un ghigno o una dolorosa vergogna. Avete percorso il cammino dal verme all’uomo, e molto in voi ha ancora del verme. In passato foste scimmie, e ancor oggi l’uomo è più scimmia di qualsiasi scimmia. E il più saggio tra voi non è altro che un’ibrida disarmonia di pianta e spettro. Voglio forse che diventiate uno spettro o una pianta? Ecco, io vi insegno il superuomo! Il superuomo è il senso della terra. Dica la vostra volontà: sia il superuomo il senso della terra! Vi scongiuro, fratelli rimanete fedeli alla terra e non credete a quelli che vi parlano di sovraterrene speranze! Lo sappiano o no: costoro esercitano il veneficio. Dispregiatori della vita essi sono, moribondi e avvelenati essi stessi, hanno stancato la terra: possano scomparire! Un tempo il sacrilegio contro Dio era il massimo sacrilegio, ma Dio è morto, e così sono morti anche tutti questi sacrileghi. Commettere il sacrilegio contro la terra, questa è oggi la cosa più orribile, e apprezzare le viscere dell’imperscrutabile più del senso della terra! In passato l’anima guardava al corpo con disprezzo: e questo disprezzo era allora la cosa più alta: essa voleva il corpo macilento, orrido, affamato. Pensava in tal modo, di poter sfuggire al corpo e alla terra. Ma questa anima era anch’essa macilenta, orrida e affamata: e crudeltà era la voluttà di questa anima!
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